giovedì 15 luglio 2010

CAPIRCI QUALCOSA SUI DISTURBI D'ANSIA

Generalmente i disturbi d'ansia sono legati a situazioni stressanti, come ad esempio la paura di parlare in pubblico o andare ad un primo appuntamento. Trascorse però poche ore da quell'evento particolare, i sintomi d'ansia scompaiono e tutto torna come prima. Si parla invece di patologie d'ansia quando i disturbi durano per almeno sei mesi.
I sei più comuni disturbi d'ansia sono: il disturbo da attacchi di panico, il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD), il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) la fobia sociale (o disturbo d'ansia), le fobie specifiche e il disturbo d'ansia generalizzato (GAD). Ciascuno di questi disturbi d'ansia produce sintomatologie specifiche e specifici sono i trattamenti per ciascuno di essi.
Nei disturbi da attacchi di panico si prova la sensazione di perdere il controllo di sé stessi ed il problema insorge soprattutto per la paura, o meglio il terrore, che nuovi momenti del genere possano ripresentarsi. Il disturbo ossessivo-compulsivo si ha quando il soggetto sente il bisogno di dedicarsi a dei comportamenti, dei veri e propri rituali (es. lavarsi le mani, poi fare un'altra cosa, poi tornare a lavarsi le mani, ecc.) , che svolge contro la sua volontà e che ritiene sciocchi, ma ai quali non riesce a sottrarsi. Il disturbo post-traumatico da stress può riguardare chiunque, perché è un disturbo d'ansia legato ad un evento particolarmente traumatico che si è vissuto e che ritorna nella memoria o nei sogni, provocando ansia e stress. La fobia sociale è un disturbo d'ansia che riguarda un sentimento di profonda umiliazione, avvertito quando ci si trova a contatto con altre persone e ci si sente perennemente in imbarazzo. Questa situazione è spesso alla base degli attacchi di panico, per cui la paura di trovarsi a vivere situazioni spiacevoli porta i soggetti che ne soffrono al completo isolamento sociale. Chi soffre di ansia generalizzata è sempre preoccupato, per qualsiasi cosa faccia, giorno e notte. Chi soffre di una fobia specifica (es. aracnofobia, paura dei ragni) vive le situazioni di ansia e di terrore solo se esposto a quei particolari stimoli.

PARLARE IN PUBBLICO

Chi ama parlare in pubblico? In realtà questa è una situazione che, se si può evitare, in genere si evita, a meno che non si abbia un carattere particolarmente istrionico da cercare ogni occasione per fare della propria vita un palcoscenico.
A volte tuttavia, parlare in pubblico non è una scelta, ma una necessità e anche le persone meno portate ad accentrare le attenzioni degli altri su di sé devono sopportare la luce dei riflettori.

Come fare per ottenere successo quando ci si rivolge a piccoli e grandi gruppi?
Anzitutto è importante non vivere il parlare in pubblico come un'esperienza stressante. Se si comprendono correttamente le cause alla base dello stress causato dal parlare in pubblico e se si memorizzano alcuni principi chiave, il parlare in pubblico diventerà un'esperienza piacevole e soddisfacente.
Per avvicinarsi a questa esperienza nel modo giusto i principi-guida devono essere:

Non credere che parlare in pubblico sia troppo stressante, ma cercare in questo dei risvolti gratificanti e piacevoli

Non essere necessariamente 'brillanti' o 'perfetti' nell'esecuzione. Molti osservano infatti gli altri oratori confrontandoli con la prestazione che avrebbero dato essi stessi al loro posto, pensando : ' forse io non avrei la stessa loquacità, padronanza, calma, capacità di intrattenimento e di affabulazione ...' Ma chi ha detto che chi parla in pubblico debba essere un oratore davvero perfetto? Si possono anche fare errori o dimenticare interi segmenti del proprio discorso ed avere comunque successo. L'essenza del parlare in pubblico è di dare alla propria audience qualcosa di valore.

Non avere paura delle proprie reazioni emotive: se anche si ha la sensazione di perdere i sensi, diventare muti o dire qualcosa di stupido durante il proprio discorso, non bisogna preoccuparsi. Quanto più gli ascoltatori otterranno qualcosa di valido, tanto più apprezzeranno i messaggi ricevuti.

Non appesantire il discorso con elementi ridondanti tipo fatti accaduti, dettagli, cifre, statistiche, ma cercare di concentrarsi su due o tre punti chiave per ottenere un discorso soddisfacente. Le ricerche effettuate infatti dimostrano che le persone ricordano molto poco le elencazioni di fatti e dati.

Non avere un mente un falso scopo. A volte lo speaker è guidato da un principio inconscio che contrasta con il reale scopo del suo discorso. Esempio: pensare di ottenere l'approvazione di tutti gli ascoltatori, nessuno escluso. Infatti, come si fa a piacere a tutti? è impossibile e se qualcuno degli ascoltatori non gradisce il messaggio e mostra evidente disinteresse o disapprovazione non bisogna sentirsi persi. L'obiettivo dunque non deve essere piacere a tutti, ma riuscire a dare qualcosa di valido. Il motto dello speaker di successo deve essere dunque: 'dare' e non 'ottenere', nel senso che lo scopo del discorso non è quello di ottenere qualcosa dagli altri (fama, approvazione, rispetto), ma dare agli altri qualcosa di bello ed interessante di sé.

Non ispirarsi ad una figura ideale di 'perfetto oratore', cercando di fare proprie le caratteristiche o le qualità del proprio modello. Meglio invece essere sé stessi di fronte agli altri e non voler a tutti i costi indossare i panni dello speaker.

Non essere troppo seriosi, ma cercare di utilizzare il proprio senso dell'umorismo attraverso l'utilizzo di metafore, domande retoriche, storielle divertenti,esempi pratici.

Non aver paura, infine, di mostrare le proprie umane fragilità o i propri errori, così da apparire più autentici e conquistare per questo il rispetto degli altri.

NON USARE DROGHE

La droga, così come l’alcool o i farmaci sono delle ‘sostanze vicarianti’, nel senso che riescono a rendere la persona disinibita e priva di ansia, anche quando i mezzi personali per raggiungere tale stato di sicurezza di sé sono carenti.

L’uso di queste sostanze è un mezzo per colmare i propri limiti, per superare le difficoltà derivanti dalle varie situazioni sociali, per ritrovare la carica e sentirsi più sicuri, in una sorta di ‘autoanestesia dell’angoscia’.

C’è poi da considerare l’importanza determinante della suggestione, ovvero del famoso ‘effetto placebo’: l’assunzione di una sostanza di cui si pensa possa essere utile per migliorare le proprie performances ha già in sé stessa una grande influenza psicologica sul soggetto, tanto che una compressa di zucchero potrebbe avere, in chi l’assume, gli stessi effetti euforizzanti e rilassanti attesi dalla droga.
Le ricerche effettuate sulla ‘cultura della droga’ indicano fra i fattori predisponenti di carattere personale l'aggressività, l’irritabilità, la tendenza alla ribellione e l'appartenenza al sesso maschile.

Tra i maschi, un temperamento aggressivo favorisce il comportamento d'abuso di droghe, mentre la semplice timidezza, al contrario, sembra ridurlo; se però la timidezza si unisce a comportamenti aggressivi, vi è il massimo rischio di diventare tossicodipendenti, perché questa combinazione di fattori comporta molto spesso anche uno scarso adattamento sociale.

Contro il rischio di drogarsi sembrano avere un effetto positivo i buoni risultati scolastici, l’essere impegnati in attività dopo-scuola, l’avere dei solidi legami affettivi e familiari; un effetto precipitante lo hanno invece fattori ambientali quali l'uso di droga nel proprio gruppo di amici, la provenienza da famiglie in crisi, l'aver avuto dei problemi con la legge.

Molti dei consumatori di droghe le assumono a scopo auto-terapeutico, per gestire particolari problemi di ansia individuale e sociale, o stati depressivi.

Queste persone apprendono a controllare l’ansia, la paura, lo stress, l’inibizione, attraverso un uso dapprima mirato della sostanza; poi, a causa di un meccanismo di tolleranza e dipendenza, non riescono più a controllare la situazione e ne restano uncinati.
All'età di 16-17 anni le ragazze usano una quantità inferiore di birra, vino, liquori, marijuana ed altre droghe illegali rispetto ai loro coetanei maschi, anche se fumano il tabacco in misura uguale o addirittura superiore e sembrano molto attratte anche dall’ecstasy, la droga sintetica diffusa specialmente nelle discoteche e quadruplicata nel consumo negli ultimi anni.

Il successo di questa ‘droga ricreativa’ è dovuto al fatto che chi l’assume si sente più euforico e sicuro di sé, meno annoiato ed inibito, capace di ballare a lungo perché diminuisce il senso di stanchezza fisica: la sensazione di poter prolungare il limite fisiologico del tempo del divertimento fa passare in secondo piano i numerosi e dannosi effetti collaterali.


ADATTARSI ALLE SITUAZIONI

Per stare con gli altri occorre rinunciare alle proprie rigidità, adattarsi.

George Bernard Shaw diceva con saggezza che: ‘l’uomo ragionevole si adatta al mondo, mentre quello irragionevole insiste nel tentativo di adattare il mondo a sé.’

Purché l’adattamento non significhi una perdita di identità, un completo appiattimento sulle posizioni conformistiche del gruppo. Attraverso la pressione del gruppo infatti, ci si può sentire spinti ad avallare opinioni che in altre circostanze si respingerebbero energicamente.

In uno dei più famosi esperimenti di psicologia sociale, effettuato nel 1956, Solomon Asch chiese a dei soggetti di giudicare la lunghezza di due linee verticali, chiaramente diverse fra loro. Furono ascoltati in un primo momento numerosi partecipanti, complici dello sperimentatore, i quali sostenevano, contro ogni evidenza, l’uguaglianza delle linee. Quando toccò ai soggetti da analizzare, si vide come circa un terzo dei loro giudizi concordavano con il parere unanime del gruppo, in aperto contrasto con quanto questi soggetti avrebbero espresso se fossero stati da soli.

Lo stesso risultato ottenne Sherif, il quale propose un esperimento nel quale, in una situazione che richiedeva la descrizione della percezione soggettiva di un segnale luminoso, gli individui riferivano in modo tale da minimizzare le differenze rispetto agli altri membri del gruppo, anche senza esplicite pressioni a conformarsi ad uno standard di gruppo.

Un altro esperimento tuttavia, sempre condotto da Asch, dimostrò tuttavia che, se qualcuno del gruppo, sempre uno dei complici, manifestava il suo dissenso nei confronti della risposta palesemente errata, anche gli altri si accodavano e la maggioranza non era più unanime come in precedenza.

Questa tendenza al conformismo, al solo scopo di non sentirsi ‘diversi’, anche quando la situazione lo richiederebbe, oppure riuscire ad opporsi solo nel caso in cui vi sia già qualcuno che lo abbia fatto prima, non denota intelligenza, né stima per se stessi.

Sbagliare con la propria testa è meglio che sbagliare con la testa degli altri.

Se non si è d’accordo con le regole del proprio gruppo, conviene rischiare di sbagliare, ma restare fedeli a se stessi. Se poi ci si accorgerà di aver compiuto un errore, conviene ammetterlo, anzitutto con se stessi, senza ansia, senza per questo diminuire il senso del proprio valore.

Un conto infatti è riconoscere un errore, un altro è crearsi un fardello fastidioso di sensi di colpa ed autolesionismi vari: ammettere l’errore in tutta serenità è liberatorio e smonta le critiche altrui, togliendo ai nostri detrattori tutta l’eventuale carica di ostilità, avversione ed antipatia nei nostri confronti.

Comportamenti negativi verso gli altri possono avere luogo anche se non si è scelto di andare controcorrente, ma ci si sente semplicemente tesi o nervosi: in questi momenti è più facile che si commettano scorrettezze sul lavoro, infrazioni del codice stradale, o che si trattino male delle persone senza che queste ne abbiano colpa; questi comportamenti condizionano in negativo anche i comportamenti delle persone che con noi interagiscono e portano con sempre con se un feedback negativo.
Chi soffre di fobia sociale ad esempio ha paura di incontrare altre persone e di stare con loro: l’unico modo per risolvere questo problema è cercare di farsi una specie di overdose di frequentazioni sociali, per stroncare la paura e lo stress emotivo. Solo l’esercizio riesce infatti a controcondizionare l’ansia e ad arricchire di risposte abili il proprio repertorio comportamentale, realizzando un apprendimento accurato, che gradualmente si trasformerà in comportamento automatico.

Dal libro: Il pensiero positivo di Giuliana Proietti, ed. XENIA

SMETTERE DI FUMARE

Non e’ mai semplice smettere di fumare, ma e’ un passo necessario per migliorare la vita.
Le persone che decidono di smettere di fumare, per la maggior parte hanno successo. E’ necessario però, il più delle volte, chiedere aiuto al proprio medico, che può indicare al paziente i vari passi necessari per smettere ed anche i successivi benefici fisici e mentali che tale decisione porta con sé.
Il primo passo per smettere di fumare è quello di chiarirsi le ragioni che hanno guidato la scelta e decidere con precisione quando e come mettere in atto la propria decisione.
Prima di ogni altra cosa, bisogna rendersi conto che il passo da compiere non è facile e che nel primo periodo di astinenza si presenteranno dei sintomi, cui bisognerà resistere in tutti i modi. Un fattore importante e’ il tempo. Porsi un traguardo in un tempo ben preciso aumenta le possibilità di successo e il raggiungimento di tale traguardo.
E’ importante ricordare che il fumo porta ad una dipendenza molto forte a cui e’ difficile rinunciare; la decisione di smettere dunque deve essere molto profonda e consapevole. A volte non basta una decisione ed e’ necessario avere accanto persone che possano appoggiare e sostenere la propria volontà e soprattutto aiutare nei possibili momenti di cedimento durante la cura. Si può chiedere a queste persone di essere comprensive e pazienti nei propri confronti, in questo particolare momento.. Altrettanto auspicabile sarebbe che queste persone non fumassero.
Quando si decide di smettere bisogna essere positivi e guardare ai vantaggi che si hanno senza il fumo, ai benefici che una vita senza fumo offre.
Oltre ai buoni consigli che un medico può dare, chi si e’ deciso a gettare per sempre la sua ultima sigaretta può usufruire di questi semplici consigli:
Può essere utile scrivere una lista con tutte le ragioni per le quali si vuole rinunciare al fumo e leggerla spesso durante il giorno: ad esempio la puzza di fumo nei vestiti, nei capelli, la tosse di mattina, il fiato corto ecc.
Avere ben chiaro il fatto che non sarà semplice e dunque non scoraggiarsi e rinunciare alle prime difficoltà. All’inizio l’irritazione e il nervosismo saranno piuttosto frequenti, ma non bisogna farsi sopraffare da tali sentimenti prendendo una sigaretta, e neanche resistergli: la cosa migliore e’ prenderne coscienza, sedersi, fare dei respiri profondi e aspettare che passi il desiderio di fumare. Questi momenti saranno ogni volta più brevi e più facilmente superabili.
Nel luogo dove generalmente si fuma di più, è bene attaccare un cartello sul quale scrivere come migliorerà la vita senza il fumo, leggerlo spesso e visualizzarsi liberi da tale dipendenza.
Può essere stimolante smettere insieme ad un amico o un parente, anche per potersi aiutare e confortare a vicenda in qualunque momento.
E’ importante fare piccoli passi e migliorare giorno per giorno gratificando se stessi per i progressi fatti, anche se molto piccoli. Quando poi la crisi diventa insopportabile può essere utile distrarsi ed occupare il tempo e soprattutto le mani in altre faccende.
Rompere la quotidianità trovando un nuovo hobby o uno sport, lavorando ad un progetto, attivandosi nel volontariato per occupare quei momenti che si dedicavano alla sigaretta.
Infine, non cadere nel tranello di “una sola sigaretta”, e prendersi cura di se stessi in modo veramente speciale, poiché ci sono un milione di buoni motivi per smettere e soprattutto per smettere ora !

AUTOMOTIVAZIONE

L’automotivazione è un’energia mentale, talvolta inconscia, che spinge il comportamento verso determinate direzioni, in modo da conseguire specifici risultati. Alcune motivazioni cambiano nel tempo, mentre altre si mantengono più stabili. Nello sviluppo degli interessi e delle motivazioni personali confluiscono diversi fattori come quelli affettivi, intellettivi, motivazionali, che interagiscono con fattori di tipo sociale, culturale ed economico. Molte persone non riescono a trovare interessi e motivazioni personali, perché sono abituate a ricevere input dall’esterno: ‘devi fare questo, devi fare quello…’ Se nessuno imponesse loro di raggiungere determinati risultati probabilmente resterebbero passive e apatiche per tutta la loro vita. Essere motivati significa invece non solo avere il coraggio di progettare delle sfide per sé stessi, ma anche la costanza di perseverare, malgrado gli insuccessi, malgrado le avversità, con ottimismo e fiducia nelle proprie possibilità.

GESTIRE LE EMOZIONI

L'analfabetismo emozionale è paragonabile all'analfabetismo che tutti conosciamo, ovvero il non saper né legger, né scrivere. Del resto nessuno va a scuola di emozioni, nessuno le studia sui libri, a meno che non si interessi di psicologia.
Quello che impariamo è il controllo sui comportamenti conseguenti ad un'emozione, ma in genere, poco sappiamo sull'emozione stessa, perché raramente ci soffermiamo a riflettere e a fare considerazioni su questo tema.

E pensare che il benessere emotivo lo si raggiunge invece attraverso l'ascolto e la rielaborazione delle proprie emozioni, al fine di imparare a gestirle al meglio. In particolare, occorre imparare ad utilizzare le emozioni negative, traducendole in emozioni positive ed in comportamenti efficaci.

Molte persone ad esempio tendono a soffocare le loro emozioni, altre percepiscono il loro disagio, ma non riescono a farvi fronte, altre si permettono determinate emozioni e se ne negano altre.

Occorre imparare allora ad 'ascoltare' le proprie emozioni e a concedersi di lasciarle fluire liberamente, in modo da conoscerle, per poi poterle rielaborare. Si tratta insomma di aprire il proprio 'laboratorio' emozionale, dove studiarsi meglio, per imparare a vivere meglio.

Vediamo cosa fare, in concreto, delle proprie emozioni:

1. Smontare l'emozione in tanti piccoli pezzi, chiedersi ad esempio perché, in un dato momento, ci si sente commossi, perché si piange, o si ride, o ci si sente arrabbiati.
2. Riflettere lungamente su questi pensieri e sulle proprie osservazioni in proposito.

3. Chiedersi se le emozioni che sentiamo sono tra esse collegate, se una è la conseguenza di un'altra, ad esempio.

4. Scrivere una lettera di risposta alla propria emozione. Ad esempio, se siamo arrabbiati con qualcuno, immaginare che questa persona telefoni, scriva, ci venga a trovare e ci chieda scusa, ci parli del suo punto di vista, in modo amabile e tranquillo. Se poi ci si sente meglio, cercare di capire quale meccanismo si è messo in movimento.

5. Chiedersi sempre se la reazione emotiva dipende dalla situazione che si sta vivendo o è la classica 'goccia che fa traboccare il vaso' già molto colmo. Chiedersi ad esempio con chi si è realmente arrabbiati mentre si risponde male al collega d'ufficio e per quale motivo.

6. Evitare di maledire la sorte: cercare di capire se esiste qualcosa che non dipende dalla sorte, ma da noi stessi e che può essere modificato per sentirsi meglio.

7. Tornare indietro nel tempo ed analizzare situazioni simili a quella attuale, oppure spostarsi nel futuro con l'immaginazione e cercare di individuare quali sviluppi della situazione che stiamo vivendo ci preoccupano di più.

8. Spostare l'attenzione da una sofferenza propria ad una sofferenza altrui (basta ascoltare il telegiornale per attuare questo tipo di 'catarsi').

RICONOSCERE I SEGNALI DELLA TIMIDEZZA

Le Reazioni Imbarazzo Vergogna Bassa autostima Tristezza Solitudine Depressione Ansia

Il Comportamento Inibizione e passività Evitamento dello sguardo Evitamento di situazioni considerate 'paurose' Voce bassa Scarsi movimenti del corpo, annuizioni e sorrisi molto frequenti Esitazioni nel linguaggio Comportamenti nervosi, tic, tosse


La Fisiologia Palpitazioni Secchezza bocca Tremore Sudore Paura di svenire, mal di stomaco Sensazione di vivere in una situazione inventata Paura di avere un attacco di cuore o di perdere il controllo


Lo stile del Pensiero Pensieri negativi su se stessi, la situazione e gli altri Paura di sembrare sciocchi, di essere giudicati male Continua ruminazione del pensiero Auto-critiche Sensazione di non essere gradevoli, simpatici, intelligenti

BAMBINI E ABILITA' SOCIALI

Le abilità sociali del bambino possono essere innate, ma soprattutto sono apprese. I genitori e possono fare molto per aiutare i figli ad acquistare sicurezza nelle interazioni sociali. Vediamo come.
1. Stabilire con il bambino un rapporto empatico, dimostrando di capire quali sono i suoi pensieri, le sue paure e le sue emozioni.
2. Rassicurare il bambino sul fatto che ciò che sente non riguarda solo lui, ma moltissimi bambini, anche se ce ne sono alcuni che sanno mascherare le loro inibizioni meglio degli altri.
3. Cercare di evitare di alzare la voce, quando ci si accorge che il bambino non si sente a suo agio ed attendere con pazienza le sue risposte, cercando di stimolarlo nella comunicazione con domande, esempi, battute ecc., senza però diventare invadenti.
4. Non costringere il bambino timido a partecipare ad attività di gruppo, contro la sua volontà. Piuttosto cercare di favorire la frequentazione di altri bambini più estroversi (ma non troppo!) e di facilitare la socializzazione in piccoli gruppi, da estendere gradualmente, man mano che il bambino aumenta la fiducia in sé stesso.
5. Evitare di parlare in pubblico del proprio figlio se ci si accorge che questo lo imbarazza.
6. Enfatizzare e premiare ogni sforzo del bambino verso la socializzazione, anche se questo non ha prodotto gli esiti sperati.
7. Insegnare, soprattutto con il proprio esempio, questi comportamenti: tenere alta la testa quando si parla, guardare negli occhi l'interlocutore, sorridere.
8. Insegnare al bambino cosa dire quando si presenta al telefono 'buon giorno, sono Mario ecc.'o ad un altro bambino: 'ciao, sono Mario, come ti chiami? A quale squadra tieni? Quale sport ti piace di più ? Quale è il tuo cantante preferito ecc.'
9. Non definire MAI 'timido' un bambino, perché questo significa appiccicargli un'etichetta che non lo lascerà mai per tutta la sua vita. Parlare di lui in tutti i modi, ma usando altri termini.
10. Nel caso niente di quanto detto funzionasse, rivolgersi ad uno psicologo per avere ulteriori consigli in merito.

COSA FARE QUANDO TI SENTI GIU'

A volte si parte con entusiasmo verso gli obiettivi che ci si è dati, ci si sente forti ed invincibili, almeno nella volontà di raggiungere le proprie mete. Capita poi che qualche difficoltà imprevista, qualche critica di troppo, sgonfi quell’entusiasmo iniziale e ci si senta improvvisamente incapaci, inutili, con il tono dell’umore veramente basso. Cosa fare?
Per prima cosa, prendersi una ‘vacanza’ un periodo di tempo, più o meno lungo, in cui è assolutamente vietato fare azioni per portare a termine il progetto che ci si era dati. Pensarci, riflettere ed analizzarlo invece può essere utile, specialmente se si cerca di guardare ad esso da un’altra prospettiva, con creatività, allo scopo di correggere gli eventuali errori e mettere alla prova le proprie convinzioni sulla giustezza delle decisioni prese. L’importante è stabilire in anticipo la durata di questa vacanza, al fine di evitare di lasciarsi andare completamente, perdere la tensione emotiva e rimandare tutto a tempo indeterminato. Se possibile, in questo periodo bisognerebbe evitare di frequentare i soliti luoghi, le solite persone, gli stessi orari di lavoro… Solo attraverso un deciso cambiamento nello stile di vita sarà possibile conquistare una prospettiva diversa, un modo per guardare alle cose da un’altra angolazione.

COME EVITARE LE POSIZIONI DI DIFFICOLTA'

A volte capita di trovarsi con persone che fanno di tutto per farci sentire in imbarazzo davanti a loro, mettendoci in una posizione di inferiorità: l'apprendimento di alcuni semplici stratagemmi può riportare la situazione in nostro favore.
Distanza dei corpi : diminuirla sensibilmente ed entrare con parti del corpo o oggetti personali nello spazio dell'altro.
Sguardo : Per riprendere il controllo della interazione occorre indirizzare lo sguardo al di sopra del livello oculare dell'interlocutore. Chiudere le palpebre per qualche istante in più di quello che verrebbe naturale.
Oggetti dell'altro : toccarli, utilizzarli o avvicinarli a sé.
Atteggiamenti di superiorità dell'altro : copiarli e riproporli immediatamente.
Assumere un atteggiamento aggressivo : mani sui fianchi, cappotto o giacca aperta in segno di sfida. Piedi uniformemente distanziati. Pollici infilati nella cintura.
Fumo : utilizzare preferibilmente dei sigari, soffiare il fumo in alto, oppure in faccia alla controparte. Se anche l'altro fuma, allontanargli il posacenere in modo che debba cambiare posizione per gettare la cenere.
Dominio territoriale : sedere sulla sedia più alta, davanti all'altro, appoggiarsi al muro o sugli oggetti di cui si vuole. Per mettere in soggezione l'altro lo si può invitare a sedersi al centro di una stanza senza niente davanti a lui, in una sedia senza braccioli, non girevole e lontana dalla scrivania.
Stretta di mano : nell'atto di stringere la mano fare in modo di rivolgere il palmo della propria mano destra verso il basso .
Temporeggiare : gingillarsi con gli oggetti che sono sul tavolo, portarsi gli occhiali alla bocca e cose del genere, sostenendo sempre lo sguardo dell'altro.
Stabilire una relazione di dominanza: elevare lievemente il tono della voce e piegare contemporaneamente la testa all'indietro.

AFFERMAZIONI POSITIVE

Le affermazioni positive sono delle frasi espresse in positivo che, continuamente ripetute a sé stessi, riescono ad influenzare positivamente il proprio comportamento. Esse vanno elaborate con una certa attenzione, cercando di capire quali sono i punti più vulnerabili di sé stessi, per cercare di ‘colpirli’ in pieno ed in positivo con la sola forza del pensiero.
Si riportano qui alcune proposizioni, a titolo di esempio:
Posso imparare a superare la mia timidezza;
Posso imparare a parlare in pubblico;
Posso benissimo corteggiare una ragazza fino a farla innamorare;
Posso avere molti amici;
Posso mangiare davanti agli altri e pensare solamente al piacere del cibo e della compagnia;
Posso tenermi occupato ed essere più attivo;
Posso dedicare più tempo alla socializzazione;
Posso imparare a pianificare meglio la mia vita;
Posso abbassare il mio livello di ambizione e di aspirazione al successo, in vista di raggiungere più facili traguardi;
Posso sviluppare un pensiero più ottimistico e positivo;
Posso essere maggiormente orientato sul mio presente;
Posso sviluppare una personalità estroversa e socievole;
Posso impegnarmi ad essere più felice.
Ed ora scrivete alcune proposizioni tutte vostre.

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  • Fate i bravi di Lucia Rizzi
  • Le regole per i genitori di Richard Templar
  • I NO che aiutano a crescere di Asha Phillips

Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo (ONU - 1959)


PREAMBOLO

Considerato che, nello Statuto, i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo e nella dignità e nel valore della persona umana, e che essi si sono dichiarati decisi a favorire il progresso sociale e a instaurare migliori condizioni di vita in una maggiore libertà;

Considerato che, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo Le Nazioni Unite hanno proclamato che tutti possono godere di tutti i diritti e di tutte le libertà che vi sono enunciate senza distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di ogni altra opinione, d'origine nazionale o sociale, di condizioni economiche, di nascita o di ogni altra condizione;

Considerato che il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali

compresa una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la

nascita;

Considerato che la necessità di tale particolare protezione è stata

Dichiarazione del 1924 sui diritti del fanciullo ed è stata riconosciuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo come anche negli statuti degli Istituti specializzati e delle Organizzazioni internazionali che si dedicano al benessere dell'infanzia;

Considerato che l'umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa.


L'ASSEMBLEA GENERALE

Proclama la presente Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo affinché esso abbia una infanzia felice e possa godere, nella interesse suo e di tutta la società, dei diritti e delle libertà che vi sono enunciati; invita genitori, gli uomini e le donne in quanto singoli, come anche le organizzazioni non governative, le autorità locali e i governi nazionali a riconoscere questi diritti e a fare in modo di assicurare il rispetto per mezzo di provvedimenti legislativi e di altre misure da adottarsi gradualmente in applicazione dei seguenti principi:

Principio primo: il fanciullo deve godere di tutti i diritti enunciati nella presente Dichiarazione. Questi dirittidebbono essere riconosciuta tutti i fanciulli senza eccezione alcuna, e senza distinzione e discriminazione fondata sulla razza, il colore, il sesso, la lingua la religione o

opinioni politiche o di altro genere, l'origine nazionale o sociale, le condizioni economiche, la nascita, o ogni altra condizione sia che si riferisca al fanciullo stesso o alla sua famiglia.

Principio secondo: il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione e godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale morale spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità. Nell'adozione delle leggi rivolte a tal

fine la considerazione determinante deve essere del fanciullo.

Principio terzo: il fanciullo ha diritto, sin dalla nascita, a un nome e una nazionalità

Principio quarto: il fanciullo deve beneficiare della sicurezza sociale.

Deve poter crescere e svilupparsi in modo sano. A tal fine devono essere assicurate, a lui e alla madre le cure mediche e le protezioni sociali

adeguate, specialmente nel periodo precedente e seguente alla nascita Il fanciullo ha diritto ad una alimentazione, ad un alloggio, a svaghi e a cure mediche adeguate.

Principio quinto: il fanciullo che si trova in una situazione di minoranza fisica, mentale o sociale ha diritto a ricevere il trattamento, l’educazione e le cure speciali di cui esso abbisogna per il suo stato o la sua condizione.

Principio sesto: il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d'affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. La società e i poteri pubblici hanno il dovere di aver cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non hanno sufficienti mezzi di sussistenza. E' desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figli.

Principio settimo: il fanciullo ha diritto a una educazione, che, almeno a livello elementare deve essere gratuita e obbligatoria. Egli ha diritto a godere di un educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società. Il superiore interesse del fanciullo deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione e del suo orientamento; tale responsabilità incombe in primo luogo sui propri genitori 11 fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giuochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi; la società e i poteri pubblici devono fare ogni sforzo per favorire la realizzazione di tale diritto.

Principio ottavo: in tutte le circostanze, il fanciullo deve essere fra i primi a ricevere protezione e soccorso.

Principio nono: il fanciullo deve essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento. Egli non deve essere sottoposto a nessuna forma di tratta. Il fanciullo non deve essere inserito nell’attività produttiva prima di aver raggiunto un'età minima adatta. In nessun caso deve essere costretto o autorizzato ad assumere un occupazione o un impiego che nuocciano alla sua salute o che ostacolino il suo sviluppo fisico, mentale, o morale.

Principio decimo: il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili.

Pictures of Cute Babies

LA CARTA DEI DIRITTI DEL BAMBINO

‘’Gesù si recò in una città chiamata Nain…ed ecco che veniva portato al sepolcro un figlio unico di madre vedova…Il Signore ne ebbe compassione e le disse: Donna, non piangere! Ed accostatosi.. disse: Giovinetto, dico a te, alzati! Il bambino si levò a sedere e cominciò a parlare. Ed Egli lo diede alla madre.’’
(Luca, 7, 1-7)

Articolo 1

Il bambino ha diritto, fin dal concepimento, al massimo grado raggiungibile di salute con il migliore livello di assistenza possibile;
ha diritto ad essere assistito in modo globale

Tutto il personale dell’Ospedale Bambino Gesù oltre a ‘’curare’’, si “prende cura” del piccolo malato e della sua famiglia, unendo agli aspetti specifici dell’assistenza ospedaliera la carità amorevole, quotidianamente ridestata dal mistero della sofferenza nel bambino.

Già in epoca prenatale, il nostro Ospedale si impegna per la promozione della salute attraverso interventi educativi e di assistenza alla gravidanza ed al parto; successivamente attua interventi sanitari per la promozione della salute e per la prevenzione di incidenti e malattie.

L’Ospedale garantisce che il bambino resti ricoverato per il minor tempo possibile, compatibilmente con il tipo di patologia e solo se non è possibile far fronte in altro modo alle sue esigenze assistenziali, favorendo pertanto l’Assistenza Domiciliare, il Day Hospital e il Day Surgery.

Esso si impegna inoltre ad aggiornare costantemente le proprie competenze professionali al fine di raggiungere uno sviluppo scientifico e tecnico di eccellenza.

Articolo 2

Il bambino ha diritto alla continuità delle cure

L’Ospedale assicura la presa in carico del paziente da parte di una equipe medica referente, che segue il paziente nel percorso interno all’Ospedale e dopo la dimissione.

Promuove e mantiene rapporti di collaborazione con la famiglia e le strutture del territorio, al fine di garantire la continuità terapeutica, in particolare per i bambini con malattie croniche o che necessitano di riabilitazione.

Il personale si impegna affinchè il bambino e la sua famiglia acquisiscano le conoscenze e le capacità necessarie per la gestione il più possibile autonoma della malattia.

Articolo 3

Il bambino ha diritto, durante il ricovero, ad avere accanto i propri genitori
o qualcuno che ne faccia le veci

L’Ospedale Bambino Gesù si impegna a promuovere il contatto diretto e continuativo madre-neonato, al fine di favorirne il reciproco attaccamento.

L’Ospedale garantisce sempre la possibilità di permanenza di un familiare o di un’altra figura di riferimento, anche in reparti di cura intensiva e nelle situazioni assistenziali in cui si prevedono interventi invasivi, compatibilmente con le esigenze cliniche e organizzative.

Nel caso in cui il bambino si trovi in una situazione di abbandono, o di difficoltà del nucleo familiare, sono disponibili operatori che permettono al bambino di mantenere relazioni umane significative.

Articolo 4

Il bambino ha diritto alla tutela del proprio sviluppo fisico, psichico
e relazionale anche nei casi in cui necessiti di isolamento

In caso di ricovero prolungato, l’Ospedale garantisce la continuità del percorso educativo-scolastico.

Aree di gioco dedicate ai bambini ricoverati ed i loro fratelli sono messe a disposizione nell’Ospedale.

È consentito al bambino ricoverato di tenere con sé i propri giochi, il vestiario e qualsiasi altro oggetto da lui desiderato, se questi non rappresentano un pericolo o un ostacolo per il suo o altrui programma di cure.

Articolo 5

Il bambino ha il diritto di essere considerato una persona, di essere trattato con sensibilità e comprensione e al rispetto della sua privacy

Tutto il personale sanitario dell’Ospedale si impegna ad identificare il bambino con il suo nome, e a rispettarne l’identità culturale e la fede religiosa.

L’approccio nei confronti del paziente è personalizzato, riservando uno spazio di attenzione adeguato alle esigenze del bambino ed a quelle dei familiari.

L’Ospedale si impegna a creare le condizioni atte a garantire il rispetto del pudore e della riservatezza del bambino e della sua famiglia.

Articolo 6

I bambini ed i genitori hanno il diritto di essere informati in maniera appropriata, in relazione all’età ed al grado di comprensione

Il personale informa genitori e bambini sulle condizioni di salute e sulle procedure cui il bambino verrà sottoposto con linguaggio comprensibile ed adeguato al suo sviluppo ed alla sua maturazione. Ciò comporta l’utilizzo di spazi, tempi, modalità e strumenti comunicativi idonei ai singoli casi, ricorrendo anche alle immagini, ai disegni, alla narrazione e al gioco.

Per le persone straniere, con scarsa conoscenza della lingua italiana, l’Ospedale attiva rapporti con servizi di interpretariato o mediatori culturali.

Articolo 7

Il bambino ha diritto di essere coinvolto nelle decisioni diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano

Un assenso/dissenso progressivamente consapevoli in rapporto alla maturazione del bambino andranno sempre promossi e ricercati anche e soprattutto attraverso le relazioni familiari.

La sperimentazione sul minore può essere effettuata solo se non esiste la possibilità di perseguire analoghi risultati su soggetti di maggiore età né una cura alternativa migliore; essa è sempre vincolata al consenso di chi esercita la potestà genitoriale.

Articolo 8

Il bambino ha diritto di essere sottoposto agli interventi diagnostico-terapeutici meno invasivi e dolorosi

Gli operatori dell’Ospedale prestano un’attenzione particolare alla sofferenza del bambino, anche se inespressa, testimoniando la propria Fede e unendo alla propria professionalità una partecipazione amorevole.

Tutto il personale è dedicato a fornire un supporto umano al bambino ed ai suoi familiari per prevenire l’insorgenza del dolore, ridurre al minimo la sua percezione e mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari a contenere situazioni di paura, ansia e stress.

L’Ospedale Bambino Gesù garantisce ché il bambino non venga sottoposto ad indagini diagnostiche e trattamenti terapeutici inutili o dannosi.

Articolo 9

Il bambino deve essere protetto da ogni forma di violenza, abbandono e negligenza fisica e morale

L’Ospedale mantiene, durante e dopo il ricovero, il segreto professionale. Ove necessario, segnala ai Servizi preposti alla tutela del minore ogni negligenza o abuso psico-fisico e/o morale sul bambino o situazioni a rischio.

Esso garantisce una stretta collaborazione con i familiari, i servizi sociali territoriali, le strutture religiose, al fine di offrire sostegno al bambino bisognoso.

Articolo 10

Il bambino ha diritto di essere assistito sempre, mantenere dignità e ricevere rispetto anche negli stadi terminali della malattia ed in caso di morte

Il personale sanitario dell’Ospedale è dedicato a difendere la vita sempre, ad offrire cure che allevino il dolore nella fase terminale della vita e a non accanirsi con diagnostiche e terapie vane.

Durante la fase terminale della vita il bambino ha diritto di essere assistito e accompagnato, insieme alla famiglia, da medici, infermieri, religiosi e psicologi che sappiano unire alle cure una intensa partecipazione umana, di fede e di preghiera.

Il personale sanitario e religioso si prende cura della famiglia anche dopo il commiato con discreta e partecipe disponibilità, rispettando i tempi di elaborazione del lutto, sostenendo la famiglia e contribuendo con empatia e carità ad una rinnovata speranza di vita.

“Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi non vi lasceranno oziosi né senza frutto”
(2^ Lettera di Pietro 1, 5-8)

LE 10 REGOLE DELLA FELICITA'!

LE 10 REGOLE DELLA FELICITA'
Tratto dal libro "Le 10 regole della felicità" di Adam J. Jackson, una moderna parabola di saggezza.

PRIMA REGOLA DELLA FELICITA':
L'ATTEGGIAMENTO. Il fondamento della mia felicità comincia dal mio atteggiamento nei confronti della vita.Sono felice nella misura in cui decido di esserlo. D'ora in poi deciderò di essere felice.Se mi aspetto il meglio, molto spesso lo otterrò! La felicità è una scelta che posso fare in qualsiasi momento, ovunque e in qualsiasi luogo. Qualsiasi esperienza può essere "reinterpretata", assumendo un significato positivo. D'ora in avanti, cercherò un aspetto positivo in chiunque e in qualunque cosa.In ogni circostanza difficile o stressante, devo pormi le tre domande che aumenteranno il mio potere: • Qual è il lato positivo di questa situazione? • Oppure, quale potrebbe essere il lato positivo? • Che cosa non è ancora perfetto? • Che cosa posso fare per cambiare le cose nella direzione che desidero, e contemporaneamente per divertirmi? La gratitudine è il seme delle 10 regole della felicità. D'ora in poi cercherò motivi per cui essere grato.Sono unicamente i miei pensieri a rendermi felice o infelice, e non le circostanze della mia vita. Io controllo i miei pensieri, dunque controllo la mia felicità.
SECONDA REGOLA DELLA FELICITA': IL CORPO. Il movimento influenza il sentimento.L'esercizio fisico allevia lo stress e causa una reazione chimica che ci aiuta a sentirci meglio. Praticare un'attività fisica regolare - possibilmente giornaliera - per almeno 30 minuti.I miei sentimenti sono influenzati dalla mia postura. Una postura decisa crea uno stato d'animo felice.La felicità può essere consapevolmente suscitata in qualsiasi momento utilizzando un "ancora".I cibi che mangiamo influiscono sui nostri stati d'animo. Evitare gli alimenti che inducono stati depressivi, come il caffè, tè, alcool, amidi, zuccheri e additivi artificiali. Mangiare molta frutta e verdura fresche, cereali integrali e legumi.La mancanza di luce può causare depressione. Uscire al sole per almeno un'ora al giorno, se è possibile. TERZA REGOLA DELLA FELICITA': L'ATTIMO.
La felicità non si trova negli anni o nei mesi o nelle settimane, e neppure nei giorni, ma si può trovarla in ogni attimo.Traiamo il massimo dalla nostra vita solo traendo il massimo da ogni attimo.I ricordi sono formati da momenti speciali: accumulane più che puoi.Vivere l'attimo dissolve il rimpianto, vince l'ansia e riduce lo stress. Ricordati che ogni nuovo giorno è un nuovo inizio, una nuova vita.
QUARTA REGOLA DELLA FELICITA': L'IMMAGINE DI SE'. E' SCRITTO: "Un uomo è ciò che in fondo al cuore crede di essere". Siamo ciò che pensiamo. Se mi sento insoddisfatto di me stesso, sarò insoddisfatto della mia vita. Perciò, per vivere un'esistenza felice, devo prima imparare ad amare me stesso.Ciascuno di noi è speciale. Ciascuno di noi è un vincitore, perché ciascuno di noi è venuto al mondo smentendo un pronostico sfavorevole di uno contro 300.000 miliardi.Gli altri sono i nostri specchi, ma sono specchi distorti.Per vincere i complessi e le opinioni negative che nutro nei miei confronti e per creare una positiva immagine di me stesso, devo per prima cosa scoprire da dove vengono tali opinioni e se sono vere (se lo sono, è necessario cambiarle).Ogni giorno, formulare affezioni positive che descrivano il tipo di persona che voglio essere.Comportarmi come se fossi già quella persona.Chiedermi quali sono i lati della mia personalità che amo e rispetto.
QUINTA REGOLA DELLA FELICITA': GLI SCOPI. Gli scopi conferiscono alla nostra vita una regola ed un significato. Grazie agli scopi, ci concentriamo sul raggiungimento del piacere, invece a limitarci ad evitare il dolore.Gli scopi ci conferiscono una ragione per alzarci dal letto la mattina. Gli scopi rendono più facili i momenti difficili, e più piacevoli i momenti belli.La tecnica della sedia a dondolo aiuta a definire sia gli scopi da raggiungere nell'arco dell'intera vita, sia quelli più immediati, a breve termine. Annotare i propri obiettivi e rileggerli: • la mattina, al risveglio; • più volte nel corso della giornata; • la sera, prima di coricarsi. Ricordarsi di ripetere la tecnica della sedia a dondolo almeno due volte l'anno, per assicurarsi che gli obiettivi prestabiliti siano ancora quelli realmente desiderati. ("TECNICA DELLA SEDIA A DONDOLO: è una tecnica molto semplice, in cui il soggetto immagina di trovarsi ormai alla fine della propria vita e di essere seduto su una sedia a dondolo, intento a riflettere su come ha vissuto e su che cosa ha realizzato. Che cosa vorrebbe ricordare? Che cosa vorrebbe aver fatto? Quali luoghi vorrebbe aver visitato? Di quale natura vorrebbe fossero stati i suoi rapporti con gli altri? E, soprattutto, quando arriva il momento di sedersi sulla sedia a dondolo, che tipo di persona vorrebbe essere diventato?" Questa tecnica aiuta a creare degli scopi a lungo termine.)
SESTA REGOLA DELLA FELICITA': L'UMORISMO. L'umorismo allevia lo stress e crea la felicità.Ridere migliora la nostra capacità di concentrazione e aumenta la nostra abilità nel risolvere i problemi.In qualunque esperienza, se si cerca un lato comico, lo si trova.Invece di chiedersi ; "Qual è il lato terribile di questa situazione?" domandarsi: "Qual è il suo lato comico?" oppure: "Quale potrebbe essere?"Ricorrere sempre alla formula antistress in due fasi: 1. Non preoccuparti delle piccole cose: 2. Ricorda, la maggior parte delle cose sono piccole.
SETTIMA REGOLA DELLA FELICITA': IL PERDONO. Il perdono è la chiave che apre la porta della felicità.Non possiamo essere felici se portiamo in cuore sentimenti di odio o di risentimento. Dobbiamo ricordare che siamo solo noi a soffrire a causa della nostra amarezza.Gli errori e i fallimenti sono lezioni di vita. Dobbiamo perdonare noi stessi e gli altri. Ricordarsi della preghiera degli indiani Sioux:"O grande Spirito, fa' che io non critichi né giudichi un uomo prima di aver camminato per due settimane nei suoi mocassini."
OTTAVA REGOLA DELLA FELICITA': IL DARE. La felicità non si trova nel possedere o nell'ottenere per se stessi, bensì nel dare e nell'aiutare gli altri.Più gioia e felicità diamo agli altri, più ne riceviamo.Ogni giorno posso creare la felicità nella mia vita andando in cerca di opportunità per diffondere la gioia. NONA REGOLA DELLA FELICITA':LE RELAZIONI. La qualità della mia vita è la qualità delle mie relazioni.Nessun uomo è un'isola. Tutti noi abbiamo bisogno di relazioni con gli altri. Le relazioni intime rendono migliori i momenti belli e più facili da sopportare i momenti brutti. Una gioia condivisa è una gioia raddoppiata, ma un problema condiviso è un problema dimezzato. Tratta chiunque incontri pensando che forse non lo rivedrai mai più.
DECIMA REGOLA DELLA FELICITA': LA FEDE. La fede è il fondamento della felicità.Senza la fede, non esiste felicità durevole.La fede crea fiducia, porta la pace della mente e libera l'anima dal dubbio, dalla preoccupazione, dall'ansia e dalla paura.

SERVIZI OFFERTI DALLA DOTTORESSA TURCHETTA

* Supporto psicologico on line (tramite chat, mail) o telefonico.

* Organizza e gestisce gruppi per la gestione di problematica psicologiche come la dipendenza affettiva, ecc.

* Organizza anche i seguenti Corsi di Promozione del Benessere Psicologico:


- Corso di supporto psicologico alla genitorialità:
"Dall’attesa alla Nascita."
"Il rapporto con il figlio adolescente."


- Corso di supporto psicologico alla Terza età:
"Come vivere serenamente la menopausa, il pensionamento e i primi acciacchi."


- Corso di supporto psicologico al paziente oncologico e ai suoi familiari:
"Capire cos’è un tumore, accettarlo e imparare a conviverci serenamente."


- Corso di supporto psicologico per l’elaborazione del lutto:
"Lutto... Dalla disperazione della perdita del proprio caro, all'elaborazione e rinascita psicoemotiva."


- Corso di supporto psicologico al divorzio:
"Quando l’amore finisce... come gestire la rottura e salvaguardare il rapporto con i figli."


- Corso di supporto psicologico alla neomamma:
"Come affrontare serenamente il rientro a casa."

"Come gestire emotivamente il nuovo arrivato"

"Dall’allattamento alla baby blues:
la nascita di un nuovo legame."

SUPPORTO ALLE NEO MAMME

Gruppi supportivi per le neo-mamme

Gruppo coordinato dalla Dottoressa Veronica Turchetta

I gruppi nascono per OFFRIRE UNO SPAZIO DI ASCOLTO E SUPPORTO PSICOLOGICO per le neo-mamme, per tutelare il loro benessere psicologico e dei bambini. Le energie dopo la nascita di un bambino sono concentrate su più fronti: sull'accudimento del bambino, se si riesce "su se stessa", sul partner e spesso in ambito lavorativo, MA E' COMPLICATO E DIFFICILE conciliare il tutto. La donna oggi vive un momento di delicato cambiamento soggettivo e sociale ed è difficile e faticoso investire le proprie energie su più fronti.
Il gruppo di neo-mamme è un’occasione d’incontro tra persone “unite dalla stessa esperienza”. E' un gruppo che prende forma dagli incontri in base alle esigenze e all'ascolto dato alle partecipanti.
E’ un momento per “ROMPERE L'ISOLAMENTO E CONDIVIDERE IL PROPRIO VISSUTO EMOTIVO” in una fase così delicata di cambiamento della propria vita in cui nella coppia subentra il piccolo neonato bisognoso di attenzioni particolari.
E’ un momento per CONDIVIDERE la propria esperienza di neo-mamma (faticosa e gioiosa che sia) in un contesto protetto dai giudizi.
Questi gruppi non possono dare tutte le risposte ad eventuali momenti di sconforto e impotenza che soprafanno le mamme, ma sono un utile tentativo per non continuare ad ignorare un problema di fondo, ossia, che mettere al mondo dei figli è molto bello ed entusiasmante sì, ma per molti è anche molto faticoso e a risentirne non sono solo le mamme ma anche i bambini e il sistema familiare.
(4 incontri continuativi formate dalle persone dello stesso gruppo)
(Giorno e luogo da definire)
Si richiede (totale per i 4 incontri) una quota minima contributiva spese cadauno di 40.00 euro (contributo necessario anche per materiale informativo ed eventuali dispense).
E' necessaria la PRENOTAZIONE, numero massimo di partecipanti 6 a gruppo

LETTORI FISSI

COLLABORA CON

Dr.ssa Veronica Turchetta iscritto a Medicitalia.it | il motore di ricerca dei medici italiani

L'AUTO AIUTO

L'auto aiuto

In caso di depressione l'auto-aiuto si è rivelato un sostegno utile e complementare alla terapia. In un gruppo di auto-aiuto i diretti interessati o i loro famigliari s'incontrano per uno scambio di esperienze, per una comune ricerca di possibili modi di superare la malattia, ma anche per trovare un sostegno. I gruppi di auto-aiuto aiutano i diretti interessati e i famigliari a costruire nuovi contatti sociali.



Guida per gruppi di auto-aiuto


Io stesso sono colpito dalla depressione oppure sono un famigliare di una persona psichicamente ammalata. Nel gruppo di auto-aiuto per diretti interessati o in quello per famigliari trovo delle persone in una situazione simile alla mia. Ci scambiamo le nostre esperienze parlandone apertamente. Mi rendo conto che non succede solo a me. Le mie esperienze possono essere utili per altri e da parte mia posso approfittare delle esperienze altrui. I gruppi di auto-aiuto non sono diretti da specialisti, dunque non sono dei gruppi di "terapia". Ogni membro del gruppo gode di pari diritti e partecipa al successo del gruppo. Il termine "auto-aiuto" significa essere determinato a riprendere le redini della propria vita. In questo lavoro sono aiutato da persone con lo stesso obiettivo.


Condizioni di massima per gruppi di auto-aiuto

Ci sono diverse possibilità per far funzionare un gruppo. Il gruppo funziona bene se i partecipanti si sentono a loro agio e possono trarre profitto dal gruppo. Le seguenti condizioni di massima ci aiutano nella creazione di nuovi gruppi e quando vogliamo superare delle difficoltà in caso di problemi. All'inizio è importante che i partecipanti del gruppo si accordano sugli obiettivi comuni e sulle regole da osservare nel gruppo. Eventuali cambiamenti vanno fatti sempre di comune accordo.



Le aspettative verso il gruppo di auto-aiuto

Ci sono diverse aspettative che potrei avere verso il gruppo di auto-aiuto:

voglio conoscere meglio me stesso,
voglio acquisire nuove conoscenze sulla malattia,
cerco una rete di supporto per momenti di crisi,
ho bisogno di comunicare,
vorrei imparare a convivere con la malattia e/o superarla,
cerco delle persone amiche da frequentare nel tempo libero,
vorrei aiutare me stesso e dare anche una mano agli altri,
voglio impegnarmi pubblicamente nella lotta contro la stigmatizzazione, ecc.
Nessun gruppo di auto-aiuto può soddisfare tutte queste aspettative contemporaneamente. Per questo motivo devo chiedere a me stesso e a il mio gruppo di auto-aiuto: Cosa è importante per me? Cosa è importante per noi?



Le condizioni esterne per un gruppo di auto-aiuto

Il luogo degli incontri del gruppo

Quale luogo di incontro è utile scegliere un luogo neutro (una sala di riunione, una saletta in un ristorante, in una clinica, in una casa per anziani, ecc.). Dalla nostra esperienza risulta che riunioni in case private non funzionano.


La frequenza degli incontri

La maggior parte dei gruppi si incontra ogni 2 settimane.
Secondo la nostra esperienza gli incontri settimanali vanno bene solo per brevi periodi. Incontrarsi soltanto una volta al mese invece ha lo svantaggio che ci vuole molto più tempo prima che si crei fiducia tra i partecipanti.



La partecipazione
La partecipazione regolare ha un effetto benefico sull'ambiente del gruppo. Se decido di partecipare lo voglio fare regolarmente. In caso di assenza avviso per tempo per evitare che gli altri partecipanti stiano inutilmente in pensiero.



La struttura interna del gruppo

La responsabilità del gruppo

Il gruppo concorda lo svolgimento del programma (invitare uno specialista, organizzare una cena o una festa, un evento pubblico per informare, ecc.). Se un partecipante manca alla riunione del gruppo senza aver avvisato o se sappiamo che un membro del gruppo sta male, vediamo insieme chi di noi si prende l'incombenza di informarsi.


L'organizzazione degli incontri

Non solo ogni persona è unica, anche ogni gruppo lo è. In certi gruppi gli incontri sono strutturati in modo chiaro: giro iniziale, discussione e giro finale. In altri gruppi lo svolgimento degli incontri è molto libero e spontaneo. Altri gruppi ancora fanno dei programmi semestrali o annuali con temi prefissati. Ci sono dei gruppi dove i vissuti attuali dei partecipanti vengono discussi a lungo e in dettaglio.
Importante è, come già accennato, che la forma "giusta" dei nostri incontri sia appropriata e gestita in modo consensuale.



Imparare gli uni dagli altri

Quando un membro del gruppo racconta un suo vissuto possiamo chiederci: Questo è tipico per le persone che reagiscono in modo depresso o bipolare? Questo è tipico per la dinamica tra persone che soffrono di depressione e i cosiddetti "sani"? Come mi sarei sentito io in una situazione simile, come avrei reagito? Come sono riuscito a risolvere una situazione analoga? Facendo così siamo sempre coinvolti e non ci spazientiamo se la situazione di un singolo partecipante è nel centro dell'attenzione.



Come condurre gli incontri

Nel gruppo decidiamo se desideriamo scegliere un moderatore per gli incontri. Il moderatore gestisce gli interventi e sta attento affinché si rimanga in tema, monitorando che tutti abbiano l'occasione di esprimersi. Sarebbe utile se questo compito venisse assegnato a rotazione.
Più ogni membro si sente responsabile dell'ambiente nel gruppo, meno sarà necessario condurre l'incontro.



Le persone di contatto

Sarebbe bene se ogni gruppo di auto-aiuto potesse disporre di 2 o 3 persone di contatto per dividersi i seguenti compiti:
- pubblicità per il gruppo (articoli nei giornali, flyers, ecc.),
- altri contatti verso l'esterno (comune, regione, istituzioni),
- contatto con nuovi interessati, logistica,
- collegamento con EQUILIBRIUM.

Anche le persone di contatto possono aver bisogno di sostegno. Se svolgono soltanto il ruolo di chi aiuta, si rischia che gli altri membri del gruppo si appoggiano troppo, e non colgono l'occasione di assumersi delle responsabilità o degli incarichi.




Le regole d'oro di un gruppo di auto-aiuto

L'obbligo di mantenere la riservatezza

Tutto quanto viene discusso nel gruppo è strettamente confidenziale. Questo è una prerogativa indispensabile per costruire e mantenere la fiducia tra i partecipanti.



Contatti all'infuori degli incontri di gruppo

I problemi dovuti alla nostra malattia comportano spesso un forte senso di solitudine e la perdita dei contatti sociali. Per fortuna è possibile trovare nuove amicizie in un gruppo di auto-aiuto. Durante una crisi acuta potrebbe essere di grande aiuto sapere che posso telefonare a una persona amica, cioè qualcuno del gruppo. A volte è più facile confidarsi con una persona singola. Ma se questo diventa un'abitudine potrebbe andare a scapito del gruppo. Il vantaggio del gruppo è che posso ricevere l'opinione e il sostegno da parte di più persone. Così non dipendo dall'opinione di una sola persona, inoltre resto meno fissato sui miei problemi, perché durante gli incontri ho anche modo di sentire le esperienze degli altri.



Come comunicare

Frequento il gruppo soprattutto per cercare di stare meglio e sono disposto a parlare delle mie esperienze personali. Parlo nella prima persona singolare (io) e non in modo indiretto (si). Parlare di problemi di terze persone nel gruppo può essere dispersivo e fuorviante. Evito di dare dei consigli (soprattutto se non sono richiesti espressamente). Per il gruppo è più utile se ascolto con attenzione ed empatia. Se racconto cosa ha aiutato me in una situazione simile posso offrire aiuto in modo più efficace.



La gestione dei conflitti

Come in ogni altro gruppo, anche in quello di auto-aiuto si possono presentare dei problemi (assenze prolungate, racconti senza fine, persone che vogliono imporsi, rimproverare o dare lezioni, ecc.). Prima riusciamo ad affrontare questi dissapori apertamente all'interno del gruppo, prima si lasciano chiarire e risolvere. Tacere, fare il muso o parlarne alle spalle, fuori dal gruppo, è negativo e nocivo per il gruppo.

Il gruppo funziona anche da campo sperimentale dove posso imparare ad affrontare e gestire malintesi e problemi.



Possibili difficoltà

Importante è che nel gruppo di auto-aiuto ci incoraggiamo a prenderci cura di noi stessi, a difenderci contro pretese assurde, a imparare a dire di no, a far valere i nostri diritti, ecc.
Non è utile invece creare dei comuni nemici (tutti gli uomini sono cattivi, non si può convivere con i depressi, tutti gli psichiatri sono incompetenti, ecc.)

Ognuno di noi ha fatto le sue esperienze di vita. Potrebbe succedere che un membro del gruppo mi attacca, mi fa arrabbiare o innervosire. Come mi sento e come reagisco dipende dalle mie esperienze precedenti. Forse mi ricorda una persona che mi ha fatto soffrire. Quando ho la possibilità di parlarne apertamente nel gruppo, posso sperimentare che la persona con la quale ho delle difficoltà è diversa da quella del mio passato. Questo è un modo di guarire le mie vecchie ferite.



Le situazioni di crisi hanno la precedenza

In genere ogni membro del gruppo ha il diritto ad essere ascoltato. Se uno di noi si trova in una crisi acuta (pensieri di suicido, imminente ricovero in clinica, problemi di relazione o di famiglia, perdita del posto di lavoro, ecc.), allora è chiaro che lasciamo lo spazio necessario a questa persona, offrendo tutto il nostro sostegno. In queste occasioni possiamo scoprire di essere veramente utili ad un'altra persona. Però è bene ricordarsi che possiamo aiutare un'altra persona soltanto quando stiamo abbastanza bene. Non ha senso star male perché ho compassione della sofferenza di un partecipante del gruppo. È importante parlare e trovare delle soluzioni.



I nostri limiti

Un gruppo di auto-aiuto non sostituisce l'intervento medico o specialistico. Se in una fase bipolare non riesco più ad ascoltare le altre persone perché devo parlare continuamente, o se in una fase di profonda depressione non riesco più a parlare perché sono troppo chiuso nel mio mondo infernale, allora divento un peso per il gruppo. I membri del gruppo fanno il possibile per incoraggiare, sostenere e aiutare chi è in difficoltà. A volte questo non basta, e l'aiuto potrebbe consistere nell'accompagnare la persona dal medico.
È importante parlarne nel gruppo e trovare delle soluzioni di comune accordo.
Inoltre ci sono degli esperti nell'associazione Equilibrium ai quali è possibile rivolgersi per consiglio o aiuto.



Per quanto tempo ho bisogno del gruppo?

Quando stiamo bene è comprensibile che vogliamo dimenticare i brutti tempi. Succede spesso che qualcuno dice: "ora sto bene, non ho più bisogno del gruppo." Così si sottovaluta che proprio quando stiamo bene il gruppo può darci molte indicazioni su come prevenire nuove crisi, se riusciamo a capire su quali dei nostri atteggiamenti e comportamenti dobbiamo ancora lavorare.

Quando sto male sono contento se una persona che sta bene mi fa coraggio. Così, quando sto bene, posso essere utile anch'io a qualcuno che sta male.

Quando ho deciso di non più partecipare al gruppo, sarebbe preferibile avvertire dando forse anche un motivo, piuttosto che non farmi più vedere.

I GRUPPI DI AUTO - AIUTO: DOVE, COME E PERCHE’


Cosa sono, perché e come possono essere utili, a chi, come organizzarli:
qualche linea guida di base


I gruppi di auto - aiuto sono dei piccoli gruppi di persone che condividono la stessa situazione di vita o le stesse difficoltà. Si costituiscono volontariamente per cercare di soddisfare un bisogno, superare un problema, ottenere un cambiamento in maniera reciproca.

Non si utilizzano operatori professionali, se non per un ruolo definito e mai centrale, poiché la caratteristica dell’autonomia è fondamentale in un gruppo di supporto.

"L’intento comune di tutti i gruppi di auto - aiuto è quello di trasformare coloro che domandano aiuto in persone in grado di fornirlo" (Martini, Sequi, 1988 ), aumentando la padronanza e il controllo sui problemi, in una parola, l ’ auto – efficacia dei partecipanti.

Ecco quattro buoni motivi per costituire un gruppo di auto - aiuto:

Per un supporto emotivo
Per un sostegno informativo
Per un aiuto materiale
Per un’azione politico – sociale a difesa dei propri diritti.

Ci sono diversi tipi di gruppi di auto - aiuto: quelli formati da persone che condividono un handicap o una malattia cronica, quelli costituiti da persone che vogliono cambiare una abitudine, un comportamento (ad esempio gli Alcolisti Anonimi), quelli organizzati da familiari di persone con gravi problemi, gruppi di persone che attraversano un periodo di crisi (un lutto, una separazione), o un periodo positivo ma che cambia radicalmente le loro vite (es. nascita di un figlio),o infine, persone che devono affrontare una situazione o un cambiamento che influisce sulle loro identità (es. al menopausa, il pensionamento).

Nei gruppi di auto - aiuto le persone escono dal ruolo di consumatori, da una situazione di passività e diventano protagoniste, spesso dopo aver affrontato situazioni di grave disagio a cui i sistemi socio sanitari e politici non sono riusciti a dare una risposta sufficientemente rassicurante e adeguata, o magari non l’hanno data affatto.Conoscere persone che hanno attraversato o stanno attraversando le stesse difficoltà, fa sentire meno soli e aiuta a capire che sentimenti e reazioni che sembrano "cattivi" o "folli ", non sono affatto tali. Inoltre incontrare persone che hanno superato gli stessi problemi, o hanno trovato modi ottimali per affrontarli e gestirli può regalare speranza e ottimismo. Una delle funzioni dei gruppi di auto aiuto è proprio quella di "insegnare" ai membri strategie di fronteggiamento dello stress, per affrontarne nel miglior modo possibile le cause e le emozioni correlate.

Si acquisiscono le competenze per avere il maggior controllo possibile sul problema, invece di esserne controllati.

L’accento sulla parità dei membri rende tutti ugualmente responsabili dei risultati raggiunti e dei servizi forniti. Il clima è spontaneo ed informale, e il fatto di dare aiuto, oltre che riceverlo, aiuta a liberarsi dal senso di impotenza e di sfiducia in se stessi che spesso si prova in queste situazioni.

In particolare nei gruppi di auto – aiuto formati da persone che condividono una malattia cronica, i componenti non si sentono più compatiti per la loro situazione, riescono ad "abbassare" le difese e ad esprimere non solo sentimenti di rabbia, di tristezza, ma anche orgoglio per essere riusciti a dare un senso alla propria vita nonostante il peso più difficile che portano con sé.

Aiutare gli altri accresce la propria autostima, aumenta il livello di competenza interpersonale. La persona nota che riesce ad ottenere un equilibrio tra il dare e l’avere, e riproponendole ad altri, consolida quelle strategie di cambiamento che ha acquisito a sua volta.

Questo è particolarmente importante per coloro che sono a volte costretti ad essere aiutati e a dipendere da altri, che così traggono fierezza, soddisfazione nel sostenere a loro volta altre persone, nel vedere che può anche dipendere da loro, sperimentando l’interdipendenza reciproca.

Per i familiari di persone affette da una malattia cronica, il gruppo offre vari tipi di sostegno, che aiutano ad alleviare lo stress, o a chiarire dubbi e paure. Si va quindi dallo scambio di informazioni, all’ascolto e al supporto emotivo nei momenti di stanchezza e depressione, ma anche l’aiuto materiale, come ad esempio sostituzioni nel prendersi cura dell’ammalato e potersi così permettere una "vacanza dal problema" importanti per evitare di accumulare troppo stress. Questi gruppi si mobilitano anche per ottenere prestazioni che migliorino la qualità della vita dei loro cari.

Vorrei ora proporvi qualche suggerimento pratico per l’organizzazione di un primo incontro di un gruppo di auto - aiuto.

  • La prima cosa che si deve fare è verificare che non esistano altri gruppi di questo tipo nella propria zona.
  • Una volta accertata la mancanza di un’iniziativa del genere, mettete un annuncio sul giornalino dell’associazione o su giornali locali per contattare altre persone, create dei volantini semplici e chiari da distribuire nei reparti e negli ambulatori degli ospedali, iniziate insomma una specie di tam – tam.
  • Cercate anche di trovare una sede, che magari sarà anche provvisoria, prestata per questo primo incontro. Sarebbe meglio che non ci si incontrasse in una casa: l’ambiente domestico è pieno di distrazioni, dal telefono che squilla, al vicino che suona alla porta, al ruolo di "padrone di casa" che inevitabilmente si farebbe sentire. Meglio un ambiente neutro, come un locale di un Ospedale (domandate alla Direzione Sanitaria e ai Primari dei reparti interessati), di un Centro sociale o di una associazione di volontariato che disponga di sufficiente spazio per ospitarvi. Potete anche rivolgervi direttamente al Comune di appartenenza.

Bene, eccovi tutti riuniti.

Disponete le sedie in cerchio, in modo da potervi guardare tutti in viso e cercate di cominciare all’ora fissata, senza ritardi.

Iniziate presentandovi solo col vostro nome di battesimo, usando il "tu", dando una motivazione del perché avete voluto partecipare a questo incontro. Gioverà a ciascuno e aiuterà a creare tra di voi un legame di appartenenza. Può iniziare a parlare l’organizzatore del gruppo, chiarendo subito e con decisione alcuni punti:

Che tutto ciò che verrà detto nel gruppo, nel gruppo rimarrà.

Che chi non se la sente ancora di parlare, non è obbligato a farlo, non subirà alcuna pressione in tal senso, né verrà giudicato negativamente per questo motivo. Semplicemente "regalerà" le sue confidenze in un altro momento. Tutti hanno i propri tempi e le proprie necessità.

Che nessuno verrà criticato per quello che fa o non fa, presente o assente che sia.

Emergeranno bisogni, paure, problemi, ma anche proposte: sarebbe utile che a turno si tenesse un verbale della riunione, da riguardare e commentare alla fine dell’incontro, e da cui trarre spunti per stilare un ordine del giorno per la prossima volta e per promuovere attività "ad hoc" come gruppi di incontro medici – pazienti, linee "calde" telefoniche, incontri con legali per conoscere i propri diritti e farli valere, organizzare incontri informali, accostare nuovi membri.

Durante la riunione evitate di mangiare, bere, soprattutto alcolici, e fumare. Potete riservarvi qualche minuto alla fine della riunione per discutere dove e quando dovrà riunirsi il gruppo la volta seguente (cercate di far passare al massimo solo due settimane!), se è il caso di concedervi un rinfresco prima o dopo la riunione, per sentire se c’è qualcuno che si offre volontario per svolgere il ruolo di facilitatore delle discussioni per la prossima riunione, ruolo che dovrà ruotare a turno, e che per questo primo incontro potrebbe svolgere chi di voi si è fatto promotore dell’iniziativa, per stabilire e discutere le norme da seguire, e per porvi alcune domande come:

"Cosa credete che abbiamo conseguito oggi?

Abbiamo seguito l’ordine del giorno? Se no, le diversioni sono state utili e rispondenti ai bisogni dei partecipanti?

Quale fase della riunione ritenete sia andata nel modo migliore? Che cosa vorreste approfondire nelle riunioni future?

Che cosa non è andato bene? Perché? Come potremo correggerlo nel futuro?

E’ stata programmata un’adeguata procedura per verificare a posteriori se i suggerimenti che hanno ricevuto il generale sostegno saranno effettivamente applicati?

Credi che qualcosa sia stata davvero ottenuta? Ti senti allo stesso modo o meglio?

Hanno tutti avuto un’opportunità soddisfacente di esprimersi? Qualcuno è stato trascurato? La discussione è stata tenuta troppo a freno? E’ stato permesso di divagare troppo?" (Silverman, 1989)

Alla fine dell’incontro concedetevi qualche minuto per tenervi per mano in silenzio. Ripetete questa semplice azione alla fine di ogni riunione.

Può capitare di sentirsi un po’ giù di corda alla fine dell’incontro perché ci si è fatti carico dei problemi degli altri o magari si sono ascoltate storie cliniche più serie delle proprie. Non scoraggiatevi! Avete fatto il passo più importante e coraggioso: uscire da voi stessi e incontrare l’altro. Ora ne dovete compiere un altro e un altro ancora. Insieme.

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SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA'

E’ ormai appurato quanto la maternità cambi nella donna la percezione della propria identità, ma anche come la nascita di un figlio sia un evento ri-organizzatore dell’assetto famigliare. La maternità rappresenta anche un intreccio di criticità e sfide, che in quanto tali possono evolvere verso il cambiamento maturativo o rischiare di trasformarsi in malessere.

Questo servizio mira alla costruzione di una “Scuola per genitori” che non dimentica anche chi non lo sia ancora, perché pur desiderandolo non riesce a diventarlo o perché frenato da desideri ambivalenti.

L’aborto: La valutazione delle difficoltà che le équipe di lavoro incontrano nell’essere effettivamente di aiuto alle donne, in uno dei momenti più critici della loro esistenza, è fondamentale per un intervento che miri effettivamente a rimuovere le difficoltà che inducono la madre all’interruzione di gravidanza. Infatti, le ragioni per cui le donne si trovano nell’ambivalente posizione di aver lasciato che la gravidanza si instaurasse e, contemporaneamente, di non essere capaci di sostenere la possibilità di portarla avanti, spesso non vengono considerate come uno degli aspetti cruciali della prevenzione dell’aborto, ma come una “variabile”.
L’ipotesi sottesa dal nostro progetto è che questo punto debba essere oggetto di approfondimento psicologico, in tutti i casi, sia di aborto spontaneo che procurato.
Vengono, infatti, spesso trascurati gli aspetti psicologici, relazionali e sociali anche delle casistiche, in costante aumento, di difficoltà a generare: difficoltà nel concepimento, aborti spontanei nelle prime settimane di gravidanza in assenza di condizioni patologiche organiche. La nostra significativa e lunga esperienza clinica ci ha portato a ritenere che sia questo l’aspetto fondamentale su cui intervenire innanzitutto con un ascolto professionale e tempestivo.

Circostanze particolari: violenze, separazioni, lutti… rendono le mamme molto sole in un momento nel quale vi è grande vulnerabilità e il sostegno del contesto parrebbe davvero essenziale. In queste situazioni l’urgenza è la regola e le richieste possono essere difficili da sostenere in mancanza di una famiglia che funzioni da supporto e da sostegno.
Rispondere ad alcune urgenze, offrire opportunità e sostenere la donna in questo delicato momento, a nostro avviso, è una necessità.

La gravidanza: E’ noto che le mamme in attesa attirano l’attenzione benevola di tutti, e che la gravidanza è accompagnata dalla frequenza a gruppi e a corsi rivolti alla mamma. Con la nascita del bambino la madre perde bruscamente centralità, in un momento cruciale la cui delicatezza necessita invece di attenzione e di uno spazio d’ascolto privilegiato.
A volte la commozione e la tristezza fisiologica della mamma dopo la nascita, così come un senso di inadeguatezza al compito e di solitudine, possono evolvere in vere e proprie depressioni se le donne sono lasciate a se stesse.
Se i corsi di preparazione al parto rispondono in modo efficace alle esigenze di ricevere informazioni e contenimento emotivo durante l’esperienza della gravidanza, dopo il parto, che per la maggior parte delle donne corrisponde anche alla dimissione dall’ospedale, in un momento in cui la “separazione” può assumere tinte di tristezza e di fatica (se non di vera e propria depressione post-partum), la madre avverte l’esigenza di rassicurarsi sulla propria capacità di offrire al bimbo nutrimento e soddisfazione ai suoi bisogni.
Crediamo necessario, quindi, promuovere gruppi di mamme che sviluppino relazioni “nutrienti”, intendendo con questo la possibilità di interiorizzare “qualcosa di sufficientemente buono”, una base sicura per la mente individuale esattamente come il grembo materno è una base sicura per l’infante.

La maternità: Nella relazione di mutualità tra madre e bambino i due insegnano l’uno all’altro: anche il bambino che chiede, esprimendo le sue esigenze, diventa l’ostetrico della funzione materna della neo-mamma.
Riteniamo infatti che il ruolo materno sia già presente fin da quando è concepito il bambino, e che di esso la mamma si appropri gradualmente grazie all’interazione con il bambino e con il partner, facilitata e sostenuta dal proprio contesto sociale.
Un gruppo di sostegno può accompagnare le mamme a far nascere ciò che è già presente in loro internamente, senza sostituirsi al loro ruolo, ma aiutandole ad approfondirlo.Un gruppo che offra alle neo-mamme un sostegno al loro ruolo e alla loro spontanea capacità di esprimersi e svilupparsi.
Alcuni cambiamenti in atto nella nostra società hanno modificato radicalmente il rapporto che le persone hanno con il proprio corpo e con il tempo e rischiano di generare una disconnessione tra “tempi fisiologici” e “tempi del mondo”, con una ripercussione inevitabile sull’esperienza della maternità.
Quella funzione genitoriale che si connota per la capacità di attesa, di sostare nell’incertezza, di accoglimento, di ascolto e di accudimento, elemento imprescindibile per lo sviluppo globale di un essere umano, non viene sufficientemente riconosciuta, protetta e tutelata. E’ necessario quindi valorizzare la funzione genitoriale “materna”, focalizzare le differenze e le interazioni tra questa e la funzione genitoriale “paterna”.

La paternità: L’attenzione alle complesse dinamiche che accompagnano la maternità, mette in sordina l’importanza della figura paterna e porta spesso a trascurare le vicissitudini psicologiche che accompagnano il padre nell’assunzione del suo nuovo ruolo. Infatti bisogna tenere presente che anche per il padre, così come per la madre, c’è la necessità di ridefinire la propria identità e di trovare uno spazio diverso nella famiglia, trasformata dalla presenza del figlio. Spesso i papà soffrono silenziosamente sentimenti di esclusione e di gelosia nei confronti della moglie e del figlio; sentimenti che possono venire espressi indirettamente ad esempio con la fuga nell’attività lavorativa, con il tradimento coniugale, con malesseri fisici.
Dopo la prima fase di rapporto simbiotico madre/bambino è necessaria la presenza reale del padre onde evitare il prolungarsi del rapporto a due che può portare il bambino ad una regressione invece che ad una progressiva evoluzione. In altre parole, la seconda funzione del padre è quella di aiutare il bambino a separarsi dalla madre. Inoltre, il bambino che copia il comportamento e i modi del padre (cioè si identifica) modifica la propria rappresentazione di sé attraverso il trasferimento di una parte dei sentimenti di ammirazione, di stima e di amore che ha verso il padre, su di sé.

Sembra quindi importante organizzare anche un gruppo che offra sostegno e aiuto alla funzione genitoriale “Paterna”.

*** SOSTEGNO PSICOLOGICO

DEDICATO ALLE NEOMAMME

e… NON SOLO! ***

A cura della

Dott.ssa Veronica Turchetta

Psicologa


* NUOVO SERVIZIO di Visite Domiciliari: Per aiutare le mamme a sentirsi meno sole e ad affrontare le prime difficoltà nella gestione quotidiana del bambino, con tutto quello che l’arrivo di una nuova vita comporta, viene messo a disposizione un sistema d'assistenza a domicilio alle neomamme, per dare davvero una mano con un sostegno psicologico e ma anche pratico (nozioni di puericultura e cure igieniche del neonato compreso la medicazione del cordone) in questo momento così bello ma anche faticoso.
Questo servizio è composto da visite a domicilio da parte di una psicologa che aiuterà le mamme a prendersi cura del loro bambino, ma anche di se stesse e della loro relazione col partner.

* Gruppi di Auto Aiuto: Le visite possono essere affiancate eventualmente da incontri di gruppo (da organizzare insieme), che si terranno in studio o all’aperto, dove le mamme e i loro partner potranno incontrarsi e condividere esperienze comuni. Questi Gruppi di Sostegno psicologico possono essere utili per rompere l’isolamento e condividere il proprio vissuto ed esperienze inerenti la propria genitorialità. Condividere il proprio vivere e le proprie paure può essere un utile tentativo per non continuare ad ignorare un problema di fondo dovuto al disagio psicologico.


SEI UNA NEOMAMMA O STAI PER DIVENTARLO?

UNA TUA AMICA O PARENTE STA PER AVERE UN BAMBINO?

*** Regala o regalati questa esperienza***..

PER INFO SU MODALITA’ E COSTI VISITA IL SITO, CHIAMA O SCRIVI UNA MAIL PER PARTECIPARE AL CORSO TEORICO PRE-POSTPARTO, PER USUFRUIRE DEL SERVIZIO DOMICILIARE, O PER FAR PARTE DEI GRUPPI DI SOSTEGNO PSICOLOGICO (Zona Roma Nord e Provincia).

(Sito Web: studiopsicologicoturchetta.blogspot.com, Tel. 327-8259566, Mail: studiopsicologicoturchetta@gmail.com)