lunedì 31 gennaio 2011

IPERATTIVITA' NEI BAMBINI





L’iperattività è un disturbo dell’età evolutiva che colpisce circa il 4% dei bambini, risulta di non facile trattamento, e al contempo è molto diffuso e in aumento


L’iperattività è un disturbo dell’età evolutiva che colpisce circa il 4% dei bambini, risulta di non facile trattamento, e al contempo è molto diffuso e in aumento. L’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è una patologia a grossa componente genetica, quindi spesso ereditaria, caratterizzata da un disordine dei neurotrasmettitori cerebrali deputati al controllo dell’attenzione. In alcuni casi, quindi, può accompagnarsi ad una iperattività secondaria, dovuta al disordine mentale che affligge il bambino e gli impedisce di filtrare gli stimoli sensoriali che lo bombardano quotidianamente.

I bambini iperattivi presentano difficoltà di attenzione, sono disorganizzati, disordinati, hanno difficoltà di concentrazione, al punto tale che ogni stimolo li distrae.



Spesso non riescono a completare un compito e passano da un’attività ad un’altra senza portarne a termine alcuna. Questi bambini non sopportano di attendere il proprio turno ed interrompono continuamente, sono impulsivi, invadenti, sbadati, tendono a perdere spesso le proprie cose. Dal punto di vista motorio non riescono a star fermi e seduti, sembrano come “motorizzati” (ipercinetici), con disturbi paralleli di ansia e dell’umore.



Il DSM-IV (manuale diagnostico statistico dei disturbi della sfera mentale) nel descrivere il bambino iperattivo sottolinea che i sintomi devono comparire prima dei sette anni e interessare più aree. Esistono infatti diversi quadri clinici, più o meno complessi, dove spesso predomina il sesso maschile. E’ importante poter riconoscere e intervenire appropriatamente su tale disturbo per scongiurare future condotte antisociali e varie problematiche psicologiche: va detto , infatti, che, a dispetto delle difficoltà che l’adulto incontra a trattare queste “piccole pesti”, i bambini che mostrano tali difficoltà di comportamento vanno seguiti con amore, dedizione, attenzione, generosità e pazienza, nonché con grande competenza e, quando necessario, con l’ausilio di esperti psicologi e medici.

In presenza di un disturbo ADHD iniziando dalla scuola materna, è importante riconoscere il bambino ipercinetico che, oltre ad essere costantemente in movimento, appare più immaturo rispetto ai coetanei, non rispetta le regole, è insofferente, spesso ha atteggiamenti provocatori e, quando gli si parla, sembra non ascoltare. Alla scuola elementare il comportamento tende a peggiorare per effetto dell’aumento di regole e di richieste cui il bambino è sottoposto. Aumenta il rischio che questi bambini vengano “etichettati” perché disturbano, fino alla richiesta di un insegnante di sostegno. Questo atteggiamento extra-familiare influisce negativamente sulla stima che il bambino ha di sé, peggiorando la situazione: il bambino, infatti, sentendosi più insicuro, non potrà che aumentare la sua iperattività, con comportamenti di sfida e di totale disinteresse verso le punizioni.

Dal punto di vista delle capacità cognitive, il bambino iperattivo ha un’intelligenza nella norma o superiore: gli apprendimenti e le relazioni sociali, infatti, sono scarsi perché è il comportamento a comprometterli, non le potenzialità. Tra i fattori di rischio vi sono:

- familiarità per la sindrome da deficit di attenzione con iperattività;

- storia familiare di alcolismo;

- presenza di una madre con problematiche depressive;

- sovraffollamento familiare;

- conflitti tra genitori e conseguente incapacità a stabilire regole di comportamento.



Il quadro dell’iperattività si può descrivere considerando le sue caratteristiche fondamentali (riquadro A):

a) inattenzione, distraibilità, difficoltà di concentrazione

In linea di massima si può affermare che i soggetti ipercinetici hanno scarse capacità di attenzione. Ma forse sarebbe più opportuno dire che essi hanno modalità attentive peculiari: hanno difficoltà a fissare la propria attenzione su qualcosa, ad esempio un compito, per tempi lunghi, perché tendono a distrarsi con grande facilità, a stancarsi presto davanti ad attività ritenute noiose e monotone, ma al tempo stesso possono essere straordinariamente attenti e capaci di fronte a compiti che richiedono tempi brevi, reazioni veloci, verso i quali sviluppano una forte motivazione, perché provano una forte eccitazione. Spesso i genitori di bambini iperattivi con deficit attentivo raccontano le “prodezze” dei propri figli con i famosi giochi di simulazione al computer, dove è richiesta un’attenzione elevata ma rapidamente mobile.



b) iperattività ed ipereccitabilità

I bambini ipercinetici sembrano “consumare” gli stimoli a velocità multipla, fanno tutto di corsa, ogni esperienza è vissuta velocemente, fanno tante cose simultaneamente, sempre pronti come sono a cogliere un input come attivatore del loro essere in toto: mente e corpo. L’idea viene subito messa in pratica, non c’è mediazione e capacità di inibizione. Le loro emozioni sono molto vivide, spesso esagerate, con reazioni immediate e inopportune, sia quelle negative o distruttive, sia quelle positive: tutto è amplificato e direttamente agito.



c) impulsività

Per un bambino iperattivo sembra impossibile pensare prima di agire. Come si è detto, ogni impulso viene tradotto in una serie di comportamenti non sempre felici, anzi spesso fonte di costernazione per chi se ne deve far carico. Non è che questi bambini non apprendano le “buone maniere”, in teoria le conoscono, ma in pratica sono un brulicare incessante di idee, impulsi, sensazioni, intuizioni. E senza la mediazione di un “controllore” (Io cosciente che determina i comportamenti rispetto agli obiettivi) il cervello del bambino iperattivo traduce subito le idee in movimenti, scatti, tamburellamenti, scuotimenti, manipolazioni, esplorazioni, contorsioni, smorfie, salti, fughe in mezzo alla strada, ecc.



d) intolleranza alla frustrazione, necessità di gratificazione immediata

Il bambino iperattivo incontra enormi difficoltà a perseguire un unico obiettivo per tempi lunghi, rimandando l’eventuale gratificazione al conseguimento dello stesso. E’ più facile che riesca a completare piccole porzioni dello stesso compito senza rimandare il premio, concreto o figurato che sia, alla fine del progetto, perché egli preferisce incassare subito il premio. Questo fattore, apparentemente secondario, riveste invece una grande importanza sul tipo di comportamento che l’iperattivo tende a ripetere. Infatti, vessato da richieste troppo lontane dalla sua indole, perseguitato da richiami e note, prediche, minacce e suppliche, ultimatum, ecc., il bambino ipercinetico imparerà presto a trovare strategie per sfuggire a tutto questo, piuttosto che a trovare modi per raggiungere serenamente e costruttivamente un obiettivo.



Ecco allora che scuola e famiglia dovrebbero stringere una salda alleanza, costruendo un proficuo rapporto atto ad evitare le numerose frustrazioni cui il bambino andrà inevitabilmente incontro se si inizierà a tempestarlo di rimproveri e punizioni, o avendo su di lui aspettative inadeguate, sottoponendolo a vere e proprie “sfide” in cui, fatalmente, risulterà perdente (con ulteriori frustrazioni che rinforzano il circolo vizioso).

Gli insegnanti devono essere consapevoli che il loro diverso atteggiamento con il bambino disattento/iperattivo ha un forte impatto sulla modificazione del suo comportamento. Non si deve, infatti, dimenticare che la gravità e la persistenza dei sintomi del disturbo risentono notevolmente delle variabili ambientali, di come il bambino si sente accettato e aiutato di fronte alle difficoltà. Uno dei predittori di un miglior esito del disturbo in età adolescenziale sta proprio nel positivo rapporto che gli insegnanti sono riusciti ad instaurare con l’alunno durante gli anni della scuola dell’obbligo (riquadro B).



Ecco, allora, che le “regole” della classe devono essere poche, semplici e comprensibili. L’insegnante, in primo luogo, deve porsi come autorevole e competente punto di riferimento ed affiancarsi al bambino (senza perdere la pazienza), dandogli brevi e semplici consegne, precisando sia verbalmente che per iscritto i passaggi più importanti per aiutarlo ad eseguire appropriatamente un compito.

L’esperienza indica che è necessario fare pause frequenti durante lo svolgimento della lezione, rendendo il lavoro stimolante, in primo luogo coinvolgendo i bambini il più possibile in “percorsi” in cui tutti si sentano partecipi, e solo secondariamente, e gradualmente, facendo rispettare i tempi di realizzazione del compito dato. E’ assolutamente controproducente sottolineare, men che mai sarcasticamente, le difficoltà del soggetto iperattivo, per non dar luogo ad “etichettamenti” anche da parte dei compagni, cosa che esacerberebbe la condizione di esplosività del bambino disturbato.



Considerando poi che questi bambini perdono spesso le loro cose, sarà utile definire i tempi e i modi per raggiungere un routinario riordino dei propri materiali. A tal fine è importante l’uso di rinforzi positivi, da variare con intelligenza e sensibilità perché non perdano di efficacia: uno di questi potrebbe essere favorire nel bambino iperattivo le attività nelle quali riesce meglio, evitando – come detto – possibili competizioni frustranti con i compagni.

Infine, quando necessario, gli insegnanti, oltre che collaborare con i genitori, dovrebbero confrontarsi con gli esperti per integrare e armonizzare gli interventi attuati sul bambino.



In famiglia

In primo luogo è necessario che i genitori evitino di colpevolizzare il figlio (o se stessi) per i comportamenti che non vanno bene e valutino, invece, quali sono le occasioni e i momenti in cui è opportuno gratificare il bambino. Sono inoltre da evitare comportamenti aggressivi o ironici verso il bambino, anche se si sente spesso invocare “un sano scapaccione” alla ricerca di un po’ di quiete per questi genitori sicuramente messi alla prova.

Le richieste rivolte al bambino devono essere esplicitate in modo chiaro, preciso e coerente. Se l’adulto riuscirà a controllarsi, allenandosi a gestire i conflitti in modo positivo, potrà costituire quella facilitazione di cui il figlio ha bisogno, ossia con l’esempio fornirà al bambino delle strategie adeguate per la risoluzione dei vari problemi. D’altronde, com’è noto, educare richiede molto tempo: imparare a comunicare correttamente non è facile e prevede molto impegno. Infatti, spesso, gli stessi genitori di bambini “difficili” trovano necessario seguire un intervento psico-educativo o terapeutico personale, per imparare a conoscere le difficoltà del figlio, per rapportarsi ad esse in chiave evolutiva e per valorizzare i comportamenti positivi del figlio.



Di seguito riporto alcuni principi di psicologia dell’educazione per aiutare il bambino iperattivo

1) Il bambino va accettato e compreso per quello che è. Non inviargli affermazioni di tipo globale e negativo, non percepirlo come totalmente sbagliato e non interpretare ogni suo comportamento problematico come un affronto personale. Ciò, oltre ad essere improduttivo sul piano pedagogico, comporta un notevole stress anche per l’adulto;

2) educare il bambino in positivo. E’ importante che gli educatori evidenzino anche le più piccole cose positive che egli compie, i minimi progressi. Ognuna di queste azioni deve diventare occasione per gratificarlo, per dimostrargli che siamo contenti del suo impegno;

3) i comportamenti problematici non pericolosi dovrebbero essere ignorati. Non si devono sottolineare continuamente i comportamenti di impulsività e di irrequietezza (a meno che non siano pericolosi per sé o per gli altri): al contrario, spesso i comportamenti inadeguati perdurano proprio perché vi si presta troppa attenzione;

4) stabilire dei principi di comportamento (“regole”) e attenervisi (scuola-famiglia). Davanti ai bambini non possono esserci segni di disaccordo o di discussione, perché tale incoerenza diventerebbe “terreno di coltura” per le irrequietezze dei bambini;

5) il modo di parlare al bambino deve essere calmo. Nel dirgli che cosa fare occorre essere precisi ed usare termini ed espressioni in positivo. Divieti e negazioni rischiano di produrre nel bambino innanzitutto uno stato emotivo di ostilità o di sfida ed, inoltre, non forniscono alcuna informazione su che cosa il bambino dovrebbe fare o su come dovrebbe comportarsi:

6) non sgridare il bambino davanti agli altri, come anche non raccontare le sue “prodezze” ad altre persone in sua presenza. Se proprio va rimproverato, meglio prendere il bambino isolatamente e spiegargli le cose con calma e con tono deciso;

7) a scuola, come a casa, può essere di grande aiuto avere un ambiente di lavoro tranquillo e con una routine prevedibile e rassicurante;

8) offrire un modello di comportamento pacato e riflessivo. Il bambino deve avere la possibilità di capire come affrontare determinate situazioni e come risolverle. In tal senso è molto utile verbalizzare tutti quei ragionamenti che noi facciamo internamente per offrire proprio un modello comportamentale. L’adulto, parlando ad alta voce, fornisce un esempio di riflessività ed una strategia razionale di problem-solving;

9) favorire una giusta quantità di attività fisica: adatti sono i giochi di squadra (che insegnano a mettere a freno l’impulsività per favorire la collaborazione per un risultato collettivo) e gli sport che educano all’autocontrollo.

Anche l’organizzazione della classe può aiutare…



A SCUOLA



1. E’ opportuno controllare le fonti di distrazione all’interno della classe: non è indicato far sedere il ragazzo vicino alla finestra, al cestino, ad altri compagni rumorosi o ad oggetti molto interessanti. Non è, ugualmente, produttivo collocare l’allievo in una zona completamente priva di stimolazioni, in quanto egli diventa più iperattivo perché va alla ricerca di situazioni nuove e interessanti.

2. Disporre i banchi in modo che l’insegnante possa passare frequentemente in mezzo ad essi, per controllare che i più distratti abbiano capito il compito, stiano seguendo la lezione e stiano eseguendo il lavoro assegnato.

Alcuni suggerimenti per la gestione delle lezioni…

1. Accorciare i tempi di lavoro. Fare brevi e frequenti pause soprattutto durante i compiti ripetitivi e noiosi.

2. Rendere le lezioni stimolanti e ricche di novità: i bambini iperattivi con disturbi dell’attenzione hanno prestazioni peggiori quando i compiti sono noiosi e ripetitivi (usare figure, schemi, variare spesso il tono della voce, ecc).

3. Interagire frequentemente, verbalmente e fisicamente, con gli allievi.

4. Fare in modo che essi debbano rispondere spesso durante la lezione.

5. Utilizzare il nome degli allievi distratti per richiamarne l’attenzione.

6. Costruire situazioni di gioco per favorire la comprensione delle spiegazioni.

7. Utilizzare il gioco dei ruoli per spiegare concetti storici e sociali in cui siano coinvolti vari personaggi.

8. Abituare il bambino impulsivo a controllare il proprio lavoro svolto.

Anche l’ordine può aiutare…

1. E’ importante stabilire delle attività programmate e routinarie, in modo che il bambino impari a prevedere quali comportamenti deve produrre in determinati momenti della giornata.

2. E’ importante definire con chiarezza i tempi necessari per svolgere le attività giornaliere, rispettando i tempi del bambino (questo lo facilita anche ad orientarsi meglio nel tempo).

3. Aiutare l’allievo iperattivo a gestire meglio il proprio materiale, insegnandogli l’organizzazione e lasciandogli cinque minuti al giorno per ordine le sue cose.

4. L’insegnante deve proporsi come modello per mantenere in ordine il proprio materiale e mostrare alcune strategie per fare fronte alle situazioni di disorganizzazione.

5. Utilizzare il diario per una efficace comunicazione giornaliera con la famiglia (non per scrivere note negative sul comportamento del bambino, mortificandolo).

E per gestire il comportamento cosa si può fare…

1. Innanzitutto è opportuno definire e mantenere regole chiare e semplici all’interno della classe (è importante ottenere un consenso unanime su tali regole).

2. Rivedere e correggere le regole della classe, quando se ne ravvede la necessità.

3. Spesso è necessario spiegare chiaramente agli alunni disattenti/iperattivi quali sono i comportamenti adeguati e quali quelli inappropriati.

4. E’ molto importante far capire agli allievi impulsivi quali sono le conseguenze dei loro comportamenti positivi e quali quelle derivanti da azioni negative.

5. E’ più utile rinforzare i comportamenti positivi (stabiliti in precedenza), piuttosto che punire quelli negativi.

6. Sottolineare i comportamenti adeguati del bambino attraverso ampie ed evidenti gratificazioni.

7. Avere la possibilità, creativamente, di cambiare i rinforzi quando tendono a perdere d’efficacia.

8. Si raccomanda di non punire il bambino togliendo l’intervallo, perché il bambino iperattivo necessita di scaricare la tensione e di socializzare con i compagni.

9. Le punizioni severe, note scritte o sospensioni, non modificano il comportamento del bambino, se non in peggio.

10. E’ importante stabilire giornalmente o settimanalmente semplici obiettivi da raggiungere.

11. E’ utile informare spesso il bambino su come sta lavorando e come si sta comportando (feedback), soprattutto rispetto agli obiettivi da raggiungere.



Due cose da evitare: non creare situazioni di competizione durante lo svolgimento dei compiti con altri compagni e non focalizzarsi sul tempo di esecuzione dei compiti, ma sulla qualità del lavoro svolto (anche se questo può risultare inferiore a quello dei compagni).

E due da non dimenticare: occorre utilizzare i punti forti ed eludere il più possibile i lati deboli del bambino: ad esempio, se dimostra difficoltà fine-motorie, ma ha buone abilità linguistiche, può essere utile favorire l’espressione orale, quando è possibile sostituirla a quella scritta. la seconda: bisogna enfatizzare i lati positivi del comportamento quali la creatività, l’affettuosità, l’estroversione.
(Fonte: Pianetamamma.it)

Nessun commento:

Posta un commento

Video Preferiti

Loading...

Elenco libri utili

  • Le madri non sbagliano mai di Giovanni Bollea
  • Fate i bravi di Lucia Rizzi
  • Le regole per i genitori di Richard Templar
  • I NO che aiutano a crescere di Asha Phillips

Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo (ONU - 1959)


PREAMBOLO

Considerato che, nello Statuto, i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo e nella dignità e nel valore della persona umana, e che essi si sono dichiarati decisi a favorire il progresso sociale e a instaurare migliori condizioni di vita in una maggiore libertà;

Considerato che, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo Le Nazioni Unite hanno proclamato che tutti possono godere di tutti i diritti e di tutte le libertà che vi sono enunciate senza distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di ogni altra opinione, d'origine nazionale o sociale, di condizioni economiche, di nascita o di ogni altra condizione;

Considerato che il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali

compresa una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la

nascita;

Considerato che la necessità di tale particolare protezione è stata

Dichiarazione del 1924 sui diritti del fanciullo ed è stata riconosciuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo come anche negli statuti degli Istituti specializzati e delle Organizzazioni internazionali che si dedicano al benessere dell'infanzia;

Considerato che l'umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa.


L'ASSEMBLEA GENERALE

Proclama la presente Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo affinché esso abbia una infanzia felice e possa godere, nella interesse suo e di tutta la società, dei diritti e delle libertà che vi sono enunciati; invita genitori, gli uomini e le donne in quanto singoli, come anche le organizzazioni non governative, le autorità locali e i governi nazionali a riconoscere questi diritti e a fare in modo di assicurare il rispetto per mezzo di provvedimenti legislativi e di altre misure da adottarsi gradualmente in applicazione dei seguenti principi:

Principio primo: il fanciullo deve godere di tutti i diritti enunciati nella presente Dichiarazione. Questi dirittidebbono essere riconosciuta tutti i fanciulli senza eccezione alcuna, e senza distinzione e discriminazione fondata sulla razza, il colore, il sesso, la lingua la religione o

opinioni politiche o di altro genere, l'origine nazionale o sociale, le condizioni economiche, la nascita, o ogni altra condizione sia che si riferisca al fanciullo stesso o alla sua famiglia.

Principio secondo: il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione e godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale morale spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità. Nell'adozione delle leggi rivolte a tal

fine la considerazione determinante deve essere del fanciullo.

Principio terzo: il fanciullo ha diritto, sin dalla nascita, a un nome e una nazionalità

Principio quarto: il fanciullo deve beneficiare della sicurezza sociale.

Deve poter crescere e svilupparsi in modo sano. A tal fine devono essere assicurate, a lui e alla madre le cure mediche e le protezioni sociali

adeguate, specialmente nel periodo precedente e seguente alla nascita Il fanciullo ha diritto ad una alimentazione, ad un alloggio, a svaghi e a cure mediche adeguate.

Principio quinto: il fanciullo che si trova in una situazione di minoranza fisica, mentale o sociale ha diritto a ricevere il trattamento, l’educazione e le cure speciali di cui esso abbisogna per il suo stato o la sua condizione.

Principio sesto: il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d'affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. La società e i poteri pubblici hanno il dovere di aver cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non hanno sufficienti mezzi di sussistenza. E' desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figli.

Principio settimo: il fanciullo ha diritto a una educazione, che, almeno a livello elementare deve essere gratuita e obbligatoria. Egli ha diritto a godere di un educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società. Il superiore interesse del fanciullo deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione e del suo orientamento; tale responsabilità incombe in primo luogo sui propri genitori 11 fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giuochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi; la società e i poteri pubblici devono fare ogni sforzo per favorire la realizzazione di tale diritto.

Principio ottavo: in tutte le circostanze, il fanciullo deve essere fra i primi a ricevere protezione e soccorso.

Principio nono: il fanciullo deve essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento. Egli non deve essere sottoposto a nessuna forma di tratta. Il fanciullo non deve essere inserito nell’attività produttiva prima di aver raggiunto un'età minima adatta. In nessun caso deve essere costretto o autorizzato ad assumere un occupazione o un impiego che nuocciano alla sua salute o che ostacolino il suo sviluppo fisico, mentale, o morale.

Principio decimo: il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili.

Pictures of Cute Babies

LA CARTA DEI DIRITTI DEL BAMBINO

‘’Gesù si recò in una città chiamata Nain…ed ecco che veniva portato al sepolcro un figlio unico di madre vedova…Il Signore ne ebbe compassione e le disse: Donna, non piangere! Ed accostatosi.. disse: Giovinetto, dico a te, alzati! Il bambino si levò a sedere e cominciò a parlare. Ed Egli lo diede alla madre.’’
(Luca, 7, 1-7)

Articolo 1

Il bambino ha diritto, fin dal concepimento, al massimo grado raggiungibile di salute con il migliore livello di assistenza possibile;
ha diritto ad essere assistito in modo globale

Tutto il personale dell’Ospedale Bambino Gesù oltre a ‘’curare’’, si “prende cura” del piccolo malato e della sua famiglia, unendo agli aspetti specifici dell’assistenza ospedaliera la carità amorevole, quotidianamente ridestata dal mistero della sofferenza nel bambino.

Già in epoca prenatale, il nostro Ospedale si impegna per la promozione della salute attraverso interventi educativi e di assistenza alla gravidanza ed al parto; successivamente attua interventi sanitari per la promozione della salute e per la prevenzione di incidenti e malattie.

L’Ospedale garantisce che il bambino resti ricoverato per il minor tempo possibile, compatibilmente con il tipo di patologia e solo se non è possibile far fronte in altro modo alle sue esigenze assistenziali, favorendo pertanto l’Assistenza Domiciliare, il Day Hospital e il Day Surgery.

Esso si impegna inoltre ad aggiornare costantemente le proprie competenze professionali al fine di raggiungere uno sviluppo scientifico e tecnico di eccellenza.

Articolo 2

Il bambino ha diritto alla continuità delle cure

L’Ospedale assicura la presa in carico del paziente da parte di una equipe medica referente, che segue il paziente nel percorso interno all’Ospedale e dopo la dimissione.

Promuove e mantiene rapporti di collaborazione con la famiglia e le strutture del territorio, al fine di garantire la continuità terapeutica, in particolare per i bambini con malattie croniche o che necessitano di riabilitazione.

Il personale si impegna affinchè il bambino e la sua famiglia acquisiscano le conoscenze e le capacità necessarie per la gestione il più possibile autonoma della malattia.

Articolo 3

Il bambino ha diritto, durante il ricovero, ad avere accanto i propri genitori
o qualcuno che ne faccia le veci

L’Ospedale Bambino Gesù si impegna a promuovere il contatto diretto e continuativo madre-neonato, al fine di favorirne il reciproco attaccamento.

L’Ospedale garantisce sempre la possibilità di permanenza di un familiare o di un’altra figura di riferimento, anche in reparti di cura intensiva e nelle situazioni assistenziali in cui si prevedono interventi invasivi, compatibilmente con le esigenze cliniche e organizzative.

Nel caso in cui il bambino si trovi in una situazione di abbandono, o di difficoltà del nucleo familiare, sono disponibili operatori che permettono al bambino di mantenere relazioni umane significative.

Articolo 4

Il bambino ha diritto alla tutela del proprio sviluppo fisico, psichico
e relazionale anche nei casi in cui necessiti di isolamento

In caso di ricovero prolungato, l’Ospedale garantisce la continuità del percorso educativo-scolastico.

Aree di gioco dedicate ai bambini ricoverati ed i loro fratelli sono messe a disposizione nell’Ospedale.

È consentito al bambino ricoverato di tenere con sé i propri giochi, il vestiario e qualsiasi altro oggetto da lui desiderato, se questi non rappresentano un pericolo o un ostacolo per il suo o altrui programma di cure.

Articolo 5

Il bambino ha il diritto di essere considerato una persona, di essere trattato con sensibilità e comprensione e al rispetto della sua privacy

Tutto il personale sanitario dell’Ospedale si impegna ad identificare il bambino con il suo nome, e a rispettarne l’identità culturale e la fede religiosa.

L’approccio nei confronti del paziente è personalizzato, riservando uno spazio di attenzione adeguato alle esigenze del bambino ed a quelle dei familiari.

L’Ospedale si impegna a creare le condizioni atte a garantire il rispetto del pudore e della riservatezza del bambino e della sua famiglia.

Articolo 6

I bambini ed i genitori hanno il diritto di essere informati in maniera appropriata, in relazione all’età ed al grado di comprensione

Il personale informa genitori e bambini sulle condizioni di salute e sulle procedure cui il bambino verrà sottoposto con linguaggio comprensibile ed adeguato al suo sviluppo ed alla sua maturazione. Ciò comporta l’utilizzo di spazi, tempi, modalità e strumenti comunicativi idonei ai singoli casi, ricorrendo anche alle immagini, ai disegni, alla narrazione e al gioco.

Per le persone straniere, con scarsa conoscenza della lingua italiana, l’Ospedale attiva rapporti con servizi di interpretariato o mediatori culturali.

Articolo 7

Il bambino ha diritto di essere coinvolto nelle decisioni diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano

Un assenso/dissenso progressivamente consapevoli in rapporto alla maturazione del bambino andranno sempre promossi e ricercati anche e soprattutto attraverso le relazioni familiari.

La sperimentazione sul minore può essere effettuata solo se non esiste la possibilità di perseguire analoghi risultati su soggetti di maggiore età né una cura alternativa migliore; essa è sempre vincolata al consenso di chi esercita la potestà genitoriale.

Articolo 8

Il bambino ha diritto di essere sottoposto agli interventi diagnostico-terapeutici meno invasivi e dolorosi

Gli operatori dell’Ospedale prestano un’attenzione particolare alla sofferenza del bambino, anche se inespressa, testimoniando la propria Fede e unendo alla propria professionalità una partecipazione amorevole.

Tutto il personale è dedicato a fornire un supporto umano al bambino ed ai suoi familiari per prevenire l’insorgenza del dolore, ridurre al minimo la sua percezione e mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari a contenere situazioni di paura, ansia e stress.

L’Ospedale Bambino Gesù garantisce ché il bambino non venga sottoposto ad indagini diagnostiche e trattamenti terapeutici inutili o dannosi.

Articolo 9

Il bambino deve essere protetto da ogni forma di violenza, abbandono e negligenza fisica e morale

L’Ospedale mantiene, durante e dopo il ricovero, il segreto professionale. Ove necessario, segnala ai Servizi preposti alla tutela del minore ogni negligenza o abuso psico-fisico e/o morale sul bambino o situazioni a rischio.

Esso garantisce una stretta collaborazione con i familiari, i servizi sociali territoriali, le strutture religiose, al fine di offrire sostegno al bambino bisognoso.

Articolo 10

Il bambino ha diritto di essere assistito sempre, mantenere dignità e ricevere rispetto anche negli stadi terminali della malattia ed in caso di morte

Il personale sanitario dell’Ospedale è dedicato a difendere la vita sempre, ad offrire cure che allevino il dolore nella fase terminale della vita e a non accanirsi con diagnostiche e terapie vane.

Durante la fase terminale della vita il bambino ha diritto di essere assistito e accompagnato, insieme alla famiglia, da medici, infermieri, religiosi e psicologi che sappiano unire alle cure una intensa partecipazione umana, di fede e di preghiera.

Il personale sanitario e religioso si prende cura della famiglia anche dopo il commiato con discreta e partecipe disponibilità, rispettando i tempi di elaborazione del lutto, sostenendo la famiglia e contribuendo con empatia e carità ad una rinnovata speranza di vita.

“Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi non vi lasceranno oziosi né senza frutto”
(2^ Lettera di Pietro 1, 5-8)

LE 10 REGOLE DELLA FELICITA'!

LE 10 REGOLE DELLA FELICITA'
Tratto dal libro "Le 10 regole della felicità" di Adam J. Jackson, una moderna parabola di saggezza.

PRIMA REGOLA DELLA FELICITA':
L'ATTEGGIAMENTO. Il fondamento della mia felicità comincia dal mio atteggiamento nei confronti della vita.Sono felice nella misura in cui decido di esserlo. D'ora in poi deciderò di essere felice.Se mi aspetto il meglio, molto spesso lo otterrò! La felicità è una scelta che posso fare in qualsiasi momento, ovunque e in qualsiasi luogo. Qualsiasi esperienza può essere "reinterpretata", assumendo un significato positivo. D'ora in avanti, cercherò un aspetto positivo in chiunque e in qualunque cosa.In ogni circostanza difficile o stressante, devo pormi le tre domande che aumenteranno il mio potere: • Qual è il lato positivo di questa situazione? • Oppure, quale potrebbe essere il lato positivo? • Che cosa non è ancora perfetto? • Che cosa posso fare per cambiare le cose nella direzione che desidero, e contemporaneamente per divertirmi? La gratitudine è il seme delle 10 regole della felicità. D'ora in poi cercherò motivi per cui essere grato.Sono unicamente i miei pensieri a rendermi felice o infelice, e non le circostanze della mia vita. Io controllo i miei pensieri, dunque controllo la mia felicità.
SECONDA REGOLA DELLA FELICITA': IL CORPO. Il movimento influenza il sentimento.L'esercizio fisico allevia lo stress e causa una reazione chimica che ci aiuta a sentirci meglio. Praticare un'attività fisica regolare - possibilmente giornaliera - per almeno 30 minuti.I miei sentimenti sono influenzati dalla mia postura. Una postura decisa crea uno stato d'animo felice.La felicità può essere consapevolmente suscitata in qualsiasi momento utilizzando un "ancora".I cibi che mangiamo influiscono sui nostri stati d'animo. Evitare gli alimenti che inducono stati depressivi, come il caffè, tè, alcool, amidi, zuccheri e additivi artificiali. Mangiare molta frutta e verdura fresche, cereali integrali e legumi.La mancanza di luce può causare depressione. Uscire al sole per almeno un'ora al giorno, se è possibile. TERZA REGOLA DELLA FELICITA': L'ATTIMO.
La felicità non si trova negli anni o nei mesi o nelle settimane, e neppure nei giorni, ma si può trovarla in ogni attimo.Traiamo il massimo dalla nostra vita solo traendo il massimo da ogni attimo.I ricordi sono formati da momenti speciali: accumulane più che puoi.Vivere l'attimo dissolve il rimpianto, vince l'ansia e riduce lo stress. Ricordati che ogni nuovo giorno è un nuovo inizio, una nuova vita.
QUARTA REGOLA DELLA FELICITA': L'IMMAGINE DI SE'. E' SCRITTO: "Un uomo è ciò che in fondo al cuore crede di essere". Siamo ciò che pensiamo. Se mi sento insoddisfatto di me stesso, sarò insoddisfatto della mia vita. Perciò, per vivere un'esistenza felice, devo prima imparare ad amare me stesso.Ciascuno di noi è speciale. Ciascuno di noi è un vincitore, perché ciascuno di noi è venuto al mondo smentendo un pronostico sfavorevole di uno contro 300.000 miliardi.Gli altri sono i nostri specchi, ma sono specchi distorti.Per vincere i complessi e le opinioni negative che nutro nei miei confronti e per creare una positiva immagine di me stesso, devo per prima cosa scoprire da dove vengono tali opinioni e se sono vere (se lo sono, è necessario cambiarle).Ogni giorno, formulare affezioni positive che descrivano il tipo di persona che voglio essere.Comportarmi come se fossi già quella persona.Chiedermi quali sono i lati della mia personalità che amo e rispetto.
QUINTA REGOLA DELLA FELICITA': GLI SCOPI. Gli scopi conferiscono alla nostra vita una regola ed un significato. Grazie agli scopi, ci concentriamo sul raggiungimento del piacere, invece a limitarci ad evitare il dolore.Gli scopi ci conferiscono una ragione per alzarci dal letto la mattina. Gli scopi rendono più facili i momenti difficili, e più piacevoli i momenti belli.La tecnica della sedia a dondolo aiuta a definire sia gli scopi da raggiungere nell'arco dell'intera vita, sia quelli più immediati, a breve termine. Annotare i propri obiettivi e rileggerli: • la mattina, al risveglio; • più volte nel corso della giornata; • la sera, prima di coricarsi. Ricordarsi di ripetere la tecnica della sedia a dondolo almeno due volte l'anno, per assicurarsi che gli obiettivi prestabiliti siano ancora quelli realmente desiderati. ("TECNICA DELLA SEDIA A DONDOLO: è una tecnica molto semplice, in cui il soggetto immagina di trovarsi ormai alla fine della propria vita e di essere seduto su una sedia a dondolo, intento a riflettere su come ha vissuto e su che cosa ha realizzato. Che cosa vorrebbe ricordare? Che cosa vorrebbe aver fatto? Quali luoghi vorrebbe aver visitato? Di quale natura vorrebbe fossero stati i suoi rapporti con gli altri? E, soprattutto, quando arriva il momento di sedersi sulla sedia a dondolo, che tipo di persona vorrebbe essere diventato?" Questa tecnica aiuta a creare degli scopi a lungo termine.)
SESTA REGOLA DELLA FELICITA': L'UMORISMO. L'umorismo allevia lo stress e crea la felicità.Ridere migliora la nostra capacità di concentrazione e aumenta la nostra abilità nel risolvere i problemi.In qualunque esperienza, se si cerca un lato comico, lo si trova.Invece di chiedersi ; "Qual è il lato terribile di questa situazione?" domandarsi: "Qual è il suo lato comico?" oppure: "Quale potrebbe essere?"Ricorrere sempre alla formula antistress in due fasi: 1. Non preoccuparti delle piccole cose: 2. Ricorda, la maggior parte delle cose sono piccole.
SETTIMA REGOLA DELLA FELICITA': IL PERDONO. Il perdono è la chiave che apre la porta della felicità.Non possiamo essere felici se portiamo in cuore sentimenti di odio o di risentimento. Dobbiamo ricordare che siamo solo noi a soffrire a causa della nostra amarezza.Gli errori e i fallimenti sono lezioni di vita. Dobbiamo perdonare noi stessi e gli altri. Ricordarsi della preghiera degli indiani Sioux:"O grande Spirito, fa' che io non critichi né giudichi un uomo prima di aver camminato per due settimane nei suoi mocassini."
OTTAVA REGOLA DELLA FELICITA': IL DARE. La felicità non si trova nel possedere o nell'ottenere per se stessi, bensì nel dare e nell'aiutare gli altri.Più gioia e felicità diamo agli altri, più ne riceviamo.Ogni giorno posso creare la felicità nella mia vita andando in cerca di opportunità per diffondere la gioia. NONA REGOLA DELLA FELICITA':LE RELAZIONI. La qualità della mia vita è la qualità delle mie relazioni.Nessun uomo è un'isola. Tutti noi abbiamo bisogno di relazioni con gli altri. Le relazioni intime rendono migliori i momenti belli e più facili da sopportare i momenti brutti. Una gioia condivisa è una gioia raddoppiata, ma un problema condiviso è un problema dimezzato. Tratta chiunque incontri pensando che forse non lo rivedrai mai più.
DECIMA REGOLA DELLA FELICITA': LA FEDE. La fede è il fondamento della felicità.Senza la fede, non esiste felicità durevole.La fede crea fiducia, porta la pace della mente e libera l'anima dal dubbio, dalla preoccupazione, dall'ansia e dalla paura.

SERVIZI OFFERTI DALLA DOTTORESSA TURCHETTA

* Supporto psicologico on line (tramite chat, mail) o telefonico.

* Organizza e gestisce gruppi per la gestione di problematica psicologiche come la dipendenza affettiva, ecc.

* Organizza anche i seguenti Corsi di Promozione del Benessere Psicologico:


- Corso di supporto psicologico alla genitorialità:
"Dall’attesa alla Nascita."
"Il rapporto con il figlio adolescente."


- Corso di supporto psicologico alla Terza età:
"Come vivere serenamente la menopausa, il pensionamento e i primi acciacchi."


- Corso di supporto psicologico al paziente oncologico e ai suoi familiari:
"Capire cos’è un tumore, accettarlo e imparare a conviverci serenamente."


- Corso di supporto psicologico per l’elaborazione del lutto:
"Lutto... Dalla disperazione della perdita del proprio caro, all'elaborazione e rinascita psicoemotiva."


- Corso di supporto psicologico al divorzio:
"Quando l’amore finisce... come gestire la rottura e salvaguardare il rapporto con i figli."


- Corso di supporto psicologico alla neomamma:
"Come affrontare serenamente il rientro a casa."

"Come gestire emotivamente il nuovo arrivato"

"Dall’allattamento alla baby blues:
la nascita di un nuovo legame."

SUPPORTO ALLE NEO MAMME

Gruppi supportivi per le neo-mamme

Gruppo coordinato dalla Dottoressa Veronica Turchetta

I gruppi nascono per OFFRIRE UNO SPAZIO DI ASCOLTO E SUPPORTO PSICOLOGICO per le neo-mamme, per tutelare il loro benessere psicologico e dei bambini. Le energie dopo la nascita di un bambino sono concentrate su più fronti: sull'accudimento del bambino, se si riesce "su se stessa", sul partner e spesso in ambito lavorativo, MA E' COMPLICATO E DIFFICILE conciliare il tutto. La donna oggi vive un momento di delicato cambiamento soggettivo e sociale ed è difficile e faticoso investire le proprie energie su più fronti.
Il gruppo di neo-mamme è un’occasione d’incontro tra persone “unite dalla stessa esperienza”. E' un gruppo che prende forma dagli incontri in base alle esigenze e all'ascolto dato alle partecipanti.
E’ un momento per “ROMPERE L'ISOLAMENTO E CONDIVIDERE IL PROPRIO VISSUTO EMOTIVO” in una fase così delicata di cambiamento della propria vita in cui nella coppia subentra il piccolo neonato bisognoso di attenzioni particolari.
E’ un momento per CONDIVIDERE la propria esperienza di neo-mamma (faticosa e gioiosa che sia) in un contesto protetto dai giudizi.
Questi gruppi non possono dare tutte le risposte ad eventuali momenti di sconforto e impotenza che soprafanno le mamme, ma sono un utile tentativo per non continuare ad ignorare un problema di fondo, ossia, che mettere al mondo dei figli è molto bello ed entusiasmante sì, ma per molti è anche molto faticoso e a risentirne non sono solo le mamme ma anche i bambini e il sistema familiare.
(4 incontri continuativi formate dalle persone dello stesso gruppo)
(Giorno e luogo da definire)
Si richiede (totale per i 4 incontri) una quota minima contributiva spese cadauno di 40.00 euro (contributo necessario anche per materiale informativo ed eventuali dispense).
E' necessaria la PRENOTAZIONE, numero massimo di partecipanti 6 a gruppo

LETTORI FISSI

COLLABORA CON

Dr.ssa Veronica Turchetta iscritto a Medicitalia.it | il motore di ricerca dei medici italiani

L'AUTO AIUTO

L'auto aiuto

In caso di depressione l'auto-aiuto si è rivelato un sostegno utile e complementare alla terapia. In un gruppo di auto-aiuto i diretti interessati o i loro famigliari s'incontrano per uno scambio di esperienze, per una comune ricerca di possibili modi di superare la malattia, ma anche per trovare un sostegno. I gruppi di auto-aiuto aiutano i diretti interessati e i famigliari a costruire nuovi contatti sociali.



Guida per gruppi di auto-aiuto


Io stesso sono colpito dalla depressione oppure sono un famigliare di una persona psichicamente ammalata. Nel gruppo di auto-aiuto per diretti interessati o in quello per famigliari trovo delle persone in una situazione simile alla mia. Ci scambiamo le nostre esperienze parlandone apertamente. Mi rendo conto che non succede solo a me. Le mie esperienze possono essere utili per altri e da parte mia posso approfittare delle esperienze altrui. I gruppi di auto-aiuto non sono diretti da specialisti, dunque non sono dei gruppi di "terapia". Ogni membro del gruppo gode di pari diritti e partecipa al successo del gruppo. Il termine "auto-aiuto" significa essere determinato a riprendere le redini della propria vita. In questo lavoro sono aiutato da persone con lo stesso obiettivo.


Condizioni di massima per gruppi di auto-aiuto

Ci sono diverse possibilità per far funzionare un gruppo. Il gruppo funziona bene se i partecipanti si sentono a loro agio e possono trarre profitto dal gruppo. Le seguenti condizioni di massima ci aiutano nella creazione di nuovi gruppi e quando vogliamo superare delle difficoltà in caso di problemi. All'inizio è importante che i partecipanti del gruppo si accordano sugli obiettivi comuni e sulle regole da osservare nel gruppo. Eventuali cambiamenti vanno fatti sempre di comune accordo.



Le aspettative verso il gruppo di auto-aiuto

Ci sono diverse aspettative che potrei avere verso il gruppo di auto-aiuto:

voglio conoscere meglio me stesso,
voglio acquisire nuove conoscenze sulla malattia,
cerco una rete di supporto per momenti di crisi,
ho bisogno di comunicare,
vorrei imparare a convivere con la malattia e/o superarla,
cerco delle persone amiche da frequentare nel tempo libero,
vorrei aiutare me stesso e dare anche una mano agli altri,
voglio impegnarmi pubblicamente nella lotta contro la stigmatizzazione, ecc.
Nessun gruppo di auto-aiuto può soddisfare tutte queste aspettative contemporaneamente. Per questo motivo devo chiedere a me stesso e a il mio gruppo di auto-aiuto: Cosa è importante per me? Cosa è importante per noi?



Le condizioni esterne per un gruppo di auto-aiuto

Il luogo degli incontri del gruppo

Quale luogo di incontro è utile scegliere un luogo neutro (una sala di riunione, una saletta in un ristorante, in una clinica, in una casa per anziani, ecc.). Dalla nostra esperienza risulta che riunioni in case private non funzionano.


La frequenza degli incontri

La maggior parte dei gruppi si incontra ogni 2 settimane.
Secondo la nostra esperienza gli incontri settimanali vanno bene solo per brevi periodi. Incontrarsi soltanto una volta al mese invece ha lo svantaggio che ci vuole molto più tempo prima che si crei fiducia tra i partecipanti.



La partecipazione
La partecipazione regolare ha un effetto benefico sull'ambiente del gruppo. Se decido di partecipare lo voglio fare regolarmente. In caso di assenza avviso per tempo per evitare che gli altri partecipanti stiano inutilmente in pensiero.



La struttura interna del gruppo

La responsabilità del gruppo

Il gruppo concorda lo svolgimento del programma (invitare uno specialista, organizzare una cena o una festa, un evento pubblico per informare, ecc.). Se un partecipante manca alla riunione del gruppo senza aver avvisato o se sappiamo che un membro del gruppo sta male, vediamo insieme chi di noi si prende l'incombenza di informarsi.


L'organizzazione degli incontri

Non solo ogni persona è unica, anche ogni gruppo lo è. In certi gruppi gli incontri sono strutturati in modo chiaro: giro iniziale, discussione e giro finale. In altri gruppi lo svolgimento degli incontri è molto libero e spontaneo. Altri gruppi ancora fanno dei programmi semestrali o annuali con temi prefissati. Ci sono dei gruppi dove i vissuti attuali dei partecipanti vengono discussi a lungo e in dettaglio.
Importante è, come già accennato, che la forma "giusta" dei nostri incontri sia appropriata e gestita in modo consensuale.



Imparare gli uni dagli altri

Quando un membro del gruppo racconta un suo vissuto possiamo chiederci: Questo è tipico per le persone che reagiscono in modo depresso o bipolare? Questo è tipico per la dinamica tra persone che soffrono di depressione e i cosiddetti "sani"? Come mi sarei sentito io in una situazione simile, come avrei reagito? Come sono riuscito a risolvere una situazione analoga? Facendo così siamo sempre coinvolti e non ci spazientiamo se la situazione di un singolo partecipante è nel centro dell'attenzione.



Come condurre gli incontri

Nel gruppo decidiamo se desideriamo scegliere un moderatore per gli incontri. Il moderatore gestisce gli interventi e sta attento affinché si rimanga in tema, monitorando che tutti abbiano l'occasione di esprimersi. Sarebbe utile se questo compito venisse assegnato a rotazione.
Più ogni membro si sente responsabile dell'ambiente nel gruppo, meno sarà necessario condurre l'incontro.



Le persone di contatto

Sarebbe bene se ogni gruppo di auto-aiuto potesse disporre di 2 o 3 persone di contatto per dividersi i seguenti compiti:
- pubblicità per il gruppo (articoli nei giornali, flyers, ecc.),
- altri contatti verso l'esterno (comune, regione, istituzioni),
- contatto con nuovi interessati, logistica,
- collegamento con EQUILIBRIUM.

Anche le persone di contatto possono aver bisogno di sostegno. Se svolgono soltanto il ruolo di chi aiuta, si rischia che gli altri membri del gruppo si appoggiano troppo, e non colgono l'occasione di assumersi delle responsabilità o degli incarichi.




Le regole d'oro di un gruppo di auto-aiuto

L'obbligo di mantenere la riservatezza

Tutto quanto viene discusso nel gruppo è strettamente confidenziale. Questo è una prerogativa indispensabile per costruire e mantenere la fiducia tra i partecipanti.



Contatti all'infuori degli incontri di gruppo

I problemi dovuti alla nostra malattia comportano spesso un forte senso di solitudine e la perdita dei contatti sociali. Per fortuna è possibile trovare nuove amicizie in un gruppo di auto-aiuto. Durante una crisi acuta potrebbe essere di grande aiuto sapere che posso telefonare a una persona amica, cioè qualcuno del gruppo. A volte è più facile confidarsi con una persona singola. Ma se questo diventa un'abitudine potrebbe andare a scapito del gruppo. Il vantaggio del gruppo è che posso ricevere l'opinione e il sostegno da parte di più persone. Così non dipendo dall'opinione di una sola persona, inoltre resto meno fissato sui miei problemi, perché durante gli incontri ho anche modo di sentire le esperienze degli altri.



Come comunicare

Frequento il gruppo soprattutto per cercare di stare meglio e sono disposto a parlare delle mie esperienze personali. Parlo nella prima persona singolare (io) e non in modo indiretto (si). Parlare di problemi di terze persone nel gruppo può essere dispersivo e fuorviante. Evito di dare dei consigli (soprattutto se non sono richiesti espressamente). Per il gruppo è più utile se ascolto con attenzione ed empatia. Se racconto cosa ha aiutato me in una situazione simile posso offrire aiuto in modo più efficace.



La gestione dei conflitti

Come in ogni altro gruppo, anche in quello di auto-aiuto si possono presentare dei problemi (assenze prolungate, racconti senza fine, persone che vogliono imporsi, rimproverare o dare lezioni, ecc.). Prima riusciamo ad affrontare questi dissapori apertamente all'interno del gruppo, prima si lasciano chiarire e risolvere. Tacere, fare il muso o parlarne alle spalle, fuori dal gruppo, è negativo e nocivo per il gruppo.

Il gruppo funziona anche da campo sperimentale dove posso imparare ad affrontare e gestire malintesi e problemi.



Possibili difficoltà

Importante è che nel gruppo di auto-aiuto ci incoraggiamo a prenderci cura di noi stessi, a difenderci contro pretese assurde, a imparare a dire di no, a far valere i nostri diritti, ecc.
Non è utile invece creare dei comuni nemici (tutti gli uomini sono cattivi, non si può convivere con i depressi, tutti gli psichiatri sono incompetenti, ecc.)

Ognuno di noi ha fatto le sue esperienze di vita. Potrebbe succedere che un membro del gruppo mi attacca, mi fa arrabbiare o innervosire. Come mi sento e come reagisco dipende dalle mie esperienze precedenti. Forse mi ricorda una persona che mi ha fatto soffrire. Quando ho la possibilità di parlarne apertamente nel gruppo, posso sperimentare che la persona con la quale ho delle difficoltà è diversa da quella del mio passato. Questo è un modo di guarire le mie vecchie ferite.



Le situazioni di crisi hanno la precedenza

In genere ogni membro del gruppo ha il diritto ad essere ascoltato. Se uno di noi si trova in una crisi acuta (pensieri di suicido, imminente ricovero in clinica, problemi di relazione o di famiglia, perdita del posto di lavoro, ecc.), allora è chiaro che lasciamo lo spazio necessario a questa persona, offrendo tutto il nostro sostegno. In queste occasioni possiamo scoprire di essere veramente utili ad un'altra persona. Però è bene ricordarsi che possiamo aiutare un'altra persona soltanto quando stiamo abbastanza bene. Non ha senso star male perché ho compassione della sofferenza di un partecipante del gruppo. È importante parlare e trovare delle soluzioni.



I nostri limiti

Un gruppo di auto-aiuto non sostituisce l'intervento medico o specialistico. Se in una fase bipolare non riesco più ad ascoltare le altre persone perché devo parlare continuamente, o se in una fase di profonda depressione non riesco più a parlare perché sono troppo chiuso nel mio mondo infernale, allora divento un peso per il gruppo. I membri del gruppo fanno il possibile per incoraggiare, sostenere e aiutare chi è in difficoltà. A volte questo non basta, e l'aiuto potrebbe consistere nell'accompagnare la persona dal medico.
È importante parlarne nel gruppo e trovare delle soluzioni di comune accordo.
Inoltre ci sono degli esperti nell'associazione Equilibrium ai quali è possibile rivolgersi per consiglio o aiuto.



Per quanto tempo ho bisogno del gruppo?

Quando stiamo bene è comprensibile che vogliamo dimenticare i brutti tempi. Succede spesso che qualcuno dice: "ora sto bene, non ho più bisogno del gruppo." Così si sottovaluta che proprio quando stiamo bene il gruppo può darci molte indicazioni su come prevenire nuove crisi, se riusciamo a capire su quali dei nostri atteggiamenti e comportamenti dobbiamo ancora lavorare.

Quando sto male sono contento se una persona che sta bene mi fa coraggio. Così, quando sto bene, posso essere utile anch'io a qualcuno che sta male.

Quando ho deciso di non più partecipare al gruppo, sarebbe preferibile avvertire dando forse anche un motivo, piuttosto che non farmi più vedere.

I GRUPPI DI AUTO - AIUTO: DOVE, COME E PERCHE’


Cosa sono, perché e come possono essere utili, a chi, come organizzarli:
qualche linea guida di base


I gruppi di auto - aiuto sono dei piccoli gruppi di persone che condividono la stessa situazione di vita o le stesse difficoltà. Si costituiscono volontariamente per cercare di soddisfare un bisogno, superare un problema, ottenere un cambiamento in maniera reciproca.

Non si utilizzano operatori professionali, se non per un ruolo definito e mai centrale, poiché la caratteristica dell’autonomia è fondamentale in un gruppo di supporto.

"L’intento comune di tutti i gruppi di auto - aiuto è quello di trasformare coloro che domandano aiuto in persone in grado di fornirlo" (Martini, Sequi, 1988 ), aumentando la padronanza e il controllo sui problemi, in una parola, l ’ auto – efficacia dei partecipanti.

Ecco quattro buoni motivi per costituire un gruppo di auto - aiuto:

Per un supporto emotivo
Per un sostegno informativo
Per un aiuto materiale
Per un’azione politico – sociale a difesa dei propri diritti.

Ci sono diversi tipi di gruppi di auto - aiuto: quelli formati da persone che condividono un handicap o una malattia cronica, quelli costituiti da persone che vogliono cambiare una abitudine, un comportamento (ad esempio gli Alcolisti Anonimi), quelli organizzati da familiari di persone con gravi problemi, gruppi di persone che attraversano un periodo di crisi (un lutto, una separazione), o un periodo positivo ma che cambia radicalmente le loro vite (es. nascita di un figlio),o infine, persone che devono affrontare una situazione o un cambiamento che influisce sulle loro identità (es. al menopausa, il pensionamento).

Nei gruppi di auto - aiuto le persone escono dal ruolo di consumatori, da una situazione di passività e diventano protagoniste, spesso dopo aver affrontato situazioni di grave disagio a cui i sistemi socio sanitari e politici non sono riusciti a dare una risposta sufficientemente rassicurante e adeguata, o magari non l’hanno data affatto.Conoscere persone che hanno attraversato o stanno attraversando le stesse difficoltà, fa sentire meno soli e aiuta a capire che sentimenti e reazioni che sembrano "cattivi" o "folli ", non sono affatto tali. Inoltre incontrare persone che hanno superato gli stessi problemi, o hanno trovato modi ottimali per affrontarli e gestirli può regalare speranza e ottimismo. Una delle funzioni dei gruppi di auto aiuto è proprio quella di "insegnare" ai membri strategie di fronteggiamento dello stress, per affrontarne nel miglior modo possibile le cause e le emozioni correlate.

Si acquisiscono le competenze per avere il maggior controllo possibile sul problema, invece di esserne controllati.

L’accento sulla parità dei membri rende tutti ugualmente responsabili dei risultati raggiunti e dei servizi forniti. Il clima è spontaneo ed informale, e il fatto di dare aiuto, oltre che riceverlo, aiuta a liberarsi dal senso di impotenza e di sfiducia in se stessi che spesso si prova in queste situazioni.

In particolare nei gruppi di auto – aiuto formati da persone che condividono una malattia cronica, i componenti non si sentono più compatiti per la loro situazione, riescono ad "abbassare" le difese e ad esprimere non solo sentimenti di rabbia, di tristezza, ma anche orgoglio per essere riusciti a dare un senso alla propria vita nonostante il peso più difficile che portano con sé.

Aiutare gli altri accresce la propria autostima, aumenta il livello di competenza interpersonale. La persona nota che riesce ad ottenere un equilibrio tra il dare e l’avere, e riproponendole ad altri, consolida quelle strategie di cambiamento che ha acquisito a sua volta.

Questo è particolarmente importante per coloro che sono a volte costretti ad essere aiutati e a dipendere da altri, che così traggono fierezza, soddisfazione nel sostenere a loro volta altre persone, nel vedere che può anche dipendere da loro, sperimentando l’interdipendenza reciproca.

Per i familiari di persone affette da una malattia cronica, il gruppo offre vari tipi di sostegno, che aiutano ad alleviare lo stress, o a chiarire dubbi e paure. Si va quindi dallo scambio di informazioni, all’ascolto e al supporto emotivo nei momenti di stanchezza e depressione, ma anche l’aiuto materiale, come ad esempio sostituzioni nel prendersi cura dell’ammalato e potersi così permettere una "vacanza dal problema" importanti per evitare di accumulare troppo stress. Questi gruppi si mobilitano anche per ottenere prestazioni che migliorino la qualità della vita dei loro cari.

Vorrei ora proporvi qualche suggerimento pratico per l’organizzazione di un primo incontro di un gruppo di auto - aiuto.

  • La prima cosa che si deve fare è verificare che non esistano altri gruppi di questo tipo nella propria zona.
  • Una volta accertata la mancanza di un’iniziativa del genere, mettete un annuncio sul giornalino dell’associazione o su giornali locali per contattare altre persone, create dei volantini semplici e chiari da distribuire nei reparti e negli ambulatori degli ospedali, iniziate insomma una specie di tam – tam.
  • Cercate anche di trovare una sede, che magari sarà anche provvisoria, prestata per questo primo incontro. Sarebbe meglio che non ci si incontrasse in una casa: l’ambiente domestico è pieno di distrazioni, dal telefono che squilla, al vicino che suona alla porta, al ruolo di "padrone di casa" che inevitabilmente si farebbe sentire. Meglio un ambiente neutro, come un locale di un Ospedale (domandate alla Direzione Sanitaria e ai Primari dei reparti interessati), di un Centro sociale o di una associazione di volontariato che disponga di sufficiente spazio per ospitarvi. Potete anche rivolgervi direttamente al Comune di appartenenza.

Bene, eccovi tutti riuniti.

Disponete le sedie in cerchio, in modo da potervi guardare tutti in viso e cercate di cominciare all’ora fissata, senza ritardi.

Iniziate presentandovi solo col vostro nome di battesimo, usando il "tu", dando una motivazione del perché avete voluto partecipare a questo incontro. Gioverà a ciascuno e aiuterà a creare tra di voi un legame di appartenenza. Può iniziare a parlare l’organizzatore del gruppo, chiarendo subito e con decisione alcuni punti:

Che tutto ciò che verrà detto nel gruppo, nel gruppo rimarrà.

Che chi non se la sente ancora di parlare, non è obbligato a farlo, non subirà alcuna pressione in tal senso, né verrà giudicato negativamente per questo motivo. Semplicemente "regalerà" le sue confidenze in un altro momento. Tutti hanno i propri tempi e le proprie necessità.

Che nessuno verrà criticato per quello che fa o non fa, presente o assente che sia.

Emergeranno bisogni, paure, problemi, ma anche proposte: sarebbe utile che a turno si tenesse un verbale della riunione, da riguardare e commentare alla fine dell’incontro, e da cui trarre spunti per stilare un ordine del giorno per la prossima volta e per promuovere attività "ad hoc" come gruppi di incontro medici – pazienti, linee "calde" telefoniche, incontri con legali per conoscere i propri diritti e farli valere, organizzare incontri informali, accostare nuovi membri.

Durante la riunione evitate di mangiare, bere, soprattutto alcolici, e fumare. Potete riservarvi qualche minuto alla fine della riunione per discutere dove e quando dovrà riunirsi il gruppo la volta seguente (cercate di far passare al massimo solo due settimane!), se è il caso di concedervi un rinfresco prima o dopo la riunione, per sentire se c’è qualcuno che si offre volontario per svolgere il ruolo di facilitatore delle discussioni per la prossima riunione, ruolo che dovrà ruotare a turno, e che per questo primo incontro potrebbe svolgere chi di voi si è fatto promotore dell’iniziativa, per stabilire e discutere le norme da seguire, e per porvi alcune domande come:

"Cosa credete che abbiamo conseguito oggi?

Abbiamo seguito l’ordine del giorno? Se no, le diversioni sono state utili e rispondenti ai bisogni dei partecipanti?

Quale fase della riunione ritenete sia andata nel modo migliore? Che cosa vorreste approfondire nelle riunioni future?

Che cosa non è andato bene? Perché? Come potremo correggerlo nel futuro?

E’ stata programmata un’adeguata procedura per verificare a posteriori se i suggerimenti che hanno ricevuto il generale sostegno saranno effettivamente applicati?

Credi che qualcosa sia stata davvero ottenuta? Ti senti allo stesso modo o meglio?

Hanno tutti avuto un’opportunità soddisfacente di esprimersi? Qualcuno è stato trascurato? La discussione è stata tenuta troppo a freno? E’ stato permesso di divagare troppo?" (Silverman, 1989)

Alla fine dell’incontro concedetevi qualche minuto per tenervi per mano in silenzio. Ripetete questa semplice azione alla fine di ogni riunione.

Può capitare di sentirsi un po’ giù di corda alla fine dell’incontro perché ci si è fatti carico dei problemi degli altri o magari si sono ascoltate storie cliniche più serie delle proprie. Non scoraggiatevi! Avete fatto il passo più importante e coraggioso: uscire da voi stessi e incontrare l’altro. Ora ne dovete compiere un altro e un altro ancora. Insieme.

Si è verificato un errore nel gadget

SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA'

E’ ormai appurato quanto la maternità cambi nella donna la percezione della propria identità, ma anche come la nascita di un figlio sia un evento ri-organizzatore dell’assetto famigliare. La maternità rappresenta anche un intreccio di criticità e sfide, che in quanto tali possono evolvere verso il cambiamento maturativo o rischiare di trasformarsi in malessere.

Questo servizio mira alla costruzione di una “Scuola per genitori” che non dimentica anche chi non lo sia ancora, perché pur desiderandolo non riesce a diventarlo o perché frenato da desideri ambivalenti.

L’aborto: La valutazione delle difficoltà che le équipe di lavoro incontrano nell’essere effettivamente di aiuto alle donne, in uno dei momenti più critici della loro esistenza, è fondamentale per un intervento che miri effettivamente a rimuovere le difficoltà che inducono la madre all’interruzione di gravidanza. Infatti, le ragioni per cui le donne si trovano nell’ambivalente posizione di aver lasciato che la gravidanza si instaurasse e, contemporaneamente, di non essere capaci di sostenere la possibilità di portarla avanti, spesso non vengono considerate come uno degli aspetti cruciali della prevenzione dell’aborto, ma come una “variabile”.
L’ipotesi sottesa dal nostro progetto è che questo punto debba essere oggetto di approfondimento psicologico, in tutti i casi, sia di aborto spontaneo che procurato.
Vengono, infatti, spesso trascurati gli aspetti psicologici, relazionali e sociali anche delle casistiche, in costante aumento, di difficoltà a generare: difficoltà nel concepimento, aborti spontanei nelle prime settimane di gravidanza in assenza di condizioni patologiche organiche. La nostra significativa e lunga esperienza clinica ci ha portato a ritenere che sia questo l’aspetto fondamentale su cui intervenire innanzitutto con un ascolto professionale e tempestivo.

Circostanze particolari: violenze, separazioni, lutti… rendono le mamme molto sole in un momento nel quale vi è grande vulnerabilità e il sostegno del contesto parrebbe davvero essenziale. In queste situazioni l’urgenza è la regola e le richieste possono essere difficili da sostenere in mancanza di una famiglia che funzioni da supporto e da sostegno.
Rispondere ad alcune urgenze, offrire opportunità e sostenere la donna in questo delicato momento, a nostro avviso, è una necessità.

La gravidanza: E’ noto che le mamme in attesa attirano l’attenzione benevola di tutti, e che la gravidanza è accompagnata dalla frequenza a gruppi e a corsi rivolti alla mamma. Con la nascita del bambino la madre perde bruscamente centralità, in un momento cruciale la cui delicatezza necessita invece di attenzione e di uno spazio d’ascolto privilegiato.
A volte la commozione e la tristezza fisiologica della mamma dopo la nascita, così come un senso di inadeguatezza al compito e di solitudine, possono evolvere in vere e proprie depressioni se le donne sono lasciate a se stesse.
Se i corsi di preparazione al parto rispondono in modo efficace alle esigenze di ricevere informazioni e contenimento emotivo durante l’esperienza della gravidanza, dopo il parto, che per la maggior parte delle donne corrisponde anche alla dimissione dall’ospedale, in un momento in cui la “separazione” può assumere tinte di tristezza e di fatica (se non di vera e propria depressione post-partum), la madre avverte l’esigenza di rassicurarsi sulla propria capacità di offrire al bimbo nutrimento e soddisfazione ai suoi bisogni.
Crediamo necessario, quindi, promuovere gruppi di mamme che sviluppino relazioni “nutrienti”, intendendo con questo la possibilità di interiorizzare “qualcosa di sufficientemente buono”, una base sicura per la mente individuale esattamente come il grembo materno è una base sicura per l’infante.

La maternità: Nella relazione di mutualità tra madre e bambino i due insegnano l’uno all’altro: anche il bambino che chiede, esprimendo le sue esigenze, diventa l’ostetrico della funzione materna della neo-mamma.
Riteniamo infatti che il ruolo materno sia già presente fin da quando è concepito il bambino, e che di esso la mamma si appropri gradualmente grazie all’interazione con il bambino e con il partner, facilitata e sostenuta dal proprio contesto sociale.
Un gruppo di sostegno può accompagnare le mamme a far nascere ciò che è già presente in loro internamente, senza sostituirsi al loro ruolo, ma aiutandole ad approfondirlo.Un gruppo che offra alle neo-mamme un sostegno al loro ruolo e alla loro spontanea capacità di esprimersi e svilupparsi.
Alcuni cambiamenti in atto nella nostra società hanno modificato radicalmente il rapporto che le persone hanno con il proprio corpo e con il tempo e rischiano di generare una disconnessione tra “tempi fisiologici” e “tempi del mondo”, con una ripercussione inevitabile sull’esperienza della maternità.
Quella funzione genitoriale che si connota per la capacità di attesa, di sostare nell’incertezza, di accoglimento, di ascolto e di accudimento, elemento imprescindibile per lo sviluppo globale di un essere umano, non viene sufficientemente riconosciuta, protetta e tutelata. E’ necessario quindi valorizzare la funzione genitoriale “materna”, focalizzare le differenze e le interazioni tra questa e la funzione genitoriale “paterna”.

La paternità: L’attenzione alle complesse dinamiche che accompagnano la maternità, mette in sordina l’importanza della figura paterna e porta spesso a trascurare le vicissitudini psicologiche che accompagnano il padre nell’assunzione del suo nuovo ruolo. Infatti bisogna tenere presente che anche per il padre, così come per la madre, c’è la necessità di ridefinire la propria identità e di trovare uno spazio diverso nella famiglia, trasformata dalla presenza del figlio. Spesso i papà soffrono silenziosamente sentimenti di esclusione e di gelosia nei confronti della moglie e del figlio; sentimenti che possono venire espressi indirettamente ad esempio con la fuga nell’attività lavorativa, con il tradimento coniugale, con malesseri fisici.
Dopo la prima fase di rapporto simbiotico madre/bambino è necessaria la presenza reale del padre onde evitare il prolungarsi del rapporto a due che può portare il bambino ad una regressione invece che ad una progressiva evoluzione. In altre parole, la seconda funzione del padre è quella di aiutare il bambino a separarsi dalla madre. Inoltre, il bambino che copia il comportamento e i modi del padre (cioè si identifica) modifica la propria rappresentazione di sé attraverso il trasferimento di una parte dei sentimenti di ammirazione, di stima e di amore che ha verso il padre, su di sé.

Sembra quindi importante organizzare anche un gruppo che offra sostegno e aiuto alla funzione genitoriale “Paterna”.

*** SOSTEGNO PSICOLOGICO

DEDICATO ALLE NEOMAMME

e… NON SOLO! ***

A cura della

Dott.ssa Veronica Turchetta

Psicologa


* NUOVO SERVIZIO di Visite Domiciliari: Per aiutare le mamme a sentirsi meno sole e ad affrontare le prime difficoltà nella gestione quotidiana del bambino, con tutto quello che l’arrivo di una nuova vita comporta, viene messo a disposizione un sistema d'assistenza a domicilio alle neomamme, per dare davvero una mano con un sostegno psicologico e ma anche pratico (nozioni di puericultura e cure igieniche del neonato compreso la medicazione del cordone) in questo momento così bello ma anche faticoso.
Questo servizio è composto da visite a domicilio da parte di una psicologa che aiuterà le mamme a prendersi cura del loro bambino, ma anche di se stesse e della loro relazione col partner.

* Gruppi di Auto Aiuto: Le visite possono essere affiancate eventualmente da incontri di gruppo (da organizzare insieme), che si terranno in studio o all’aperto, dove le mamme e i loro partner potranno incontrarsi e condividere esperienze comuni. Questi Gruppi di Sostegno psicologico possono essere utili per rompere l’isolamento e condividere il proprio vissuto ed esperienze inerenti la propria genitorialità. Condividere il proprio vivere e le proprie paure può essere un utile tentativo per non continuare ad ignorare un problema di fondo dovuto al disagio psicologico.


SEI UNA NEOMAMMA O STAI PER DIVENTARLO?

UNA TUA AMICA O PARENTE STA PER AVERE UN BAMBINO?

*** Regala o regalati questa esperienza***..

PER INFO SU MODALITA’ E COSTI VISITA IL SITO, CHIAMA O SCRIVI UNA MAIL PER PARTECIPARE AL CORSO TEORICO PRE-POSTPARTO, PER USUFRUIRE DEL SERVIZIO DOMICILIARE, O PER FAR PARTE DEI GRUPPI DI SOSTEGNO PSICOLOGICO (Zona Roma Nord e Provincia).

(Sito Web: studiopsicologicoturchetta.blogspot.com, Tel. 327-8259566, Mail: studiopsicologicoturchetta@gmail.com)